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Report Extra. Moretti: «A Confindustria paghiamo troppo»

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Report Extra. Moretti: «A Confindustria paghiamo troppo»

Autori: Bernardo Iovene
Autori: Milena Gabanelli
Stagioni: 2016

Il bilancio complessivo dovrebbe essere di cinquecento milioni di euro. Sì, dovrebbe, perché nemmeno il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi è in grado di fornirlo e parla di “cifra spannometrica”. Questo perché non esiste un bilancio consolidato e ogni sede è autonoma.

Ogni impresa, per aderire a una delle federazioni di settore o a una delle sedi territoriali, dovrebbe versare una cifra calcolata in base al numero dei dipendenti e al volume d’affari. Ma parlando con gli industriali si scopre che in realtà, ognuno paga una cifra diversa, che dipende dalla sua capacità di contrattazione con i funzionari confederali. Il risultato è che mentre Guido Barilla, sborsa ogni anno 1 milione di euro, cioè 250 euro a dipendente, la multinazionale della meccanica Bosh ne paga 38, e il Gruppo Della Valle 25. Sono aziende private e sono fatti loro, ma aderiscono anche tutte le aziende pubbliche e allora i fatti sono anche un po' nostri.

Tutti concordano sul fatto che Confindustria deve riformarsi perché così com’è organizzata è di poca utilità.

L’amministratore Delegato di Finmeccanica Mauro Moretti, in un’anticipazione dell’intervista rilasciata a Report (che dedicherà la prima puntata proprio a Confindustria) non le manda a dire: «Non sono per niente soddisfatto. Il primo problema è avere un orizzonte tale da poter competere con gli altri grandi del mondo, da un lato gli Stati Uniti dall’altro, il sistema asiatico. Questo presuppone avere visioni e riferimenti nuovi nelle politiche nazionali e nella politica industriale europea. Il secondo grande problema è tutto nazionale. Non abbiamo ancora superato la questione che Confindustria per me non deve essere il luogo di organizzazione degli industriali intesi come padroni. È il luogo di rappresentanza delle imprese. Qui si pensa ancora ad operazioni in cui prevalgono le relazioni tra persone piuttosto che gli interessi di imprese. Questa mentalità rende più complicato definire politiche adeguate efficaci rispetto al bisogno che il mondo ci impone».

Quindi cosa bisogna fare?

«Una grande riforma. Non è pensabile che nel momento in cui si deve scegliere il nuovo presidente, uno non possa avere dei programmi a disposizione. La risposta è che lo statuto vieta. Allora vuol dire che lo statuto è inutile e deve essere cambiato. Si va avanti per rapporti personali. Questo va superato perché mi fa ancora pensare al capitalismo di relazione degli anni 80. Quello che ha affossato lo sviluppo nel nostro paese. Noi abbiamo imprese brillantissime, ma con sottocapitalizzazione cronica e quindi incapaci di evolvere dimensionalmente, che è la cosa che serve oggi per competere nel mondo. Con le tecnologie disponibili non basta più fare filiere o distretti o cose del genere. Il mercato è largo. I clienti sono lontani. In italia le grandi industrie rimaste sono quelle con un minimo di partecipazione statale. Se le altre oramai non ci sono più vuol dire che le cose non funzionano. Io non sono giudicato dal governo in relazione alla capacità di fare cose che possono mettere a posto qualche problema territoriale o qualche piccola lobby. Io sono stato chiamato perché l’azienda stava fallendo, e per risanarla devo stare alle regole del mercato mondiale, non a chi mi tira la giacchetta in una città poi un’altra!».

Lei dice che tutta questa struttura organizzata a livello territoriale di presidenti, vice presidenti, complica le cose?

«C’è una grande burocrazia all’interno di Confindustria che non da servizi di pregio, molto spesso inutilizzabili, ed è costosissima. Abbiamo speso nel 2014 quattro milioni e novecentomila euro tra le unioni industriali e le varie associazioni di settore che ci sono. Abbiamo già scritto lettere a Confindustria, in cui siamo disponibili a rimanere ma pagando un giusto prezzo, cioè commisurato al valore dei servizi che si hanno. Bisogna rivedere la struttura orizzontale e verticale: servono tutte le unioni e ci sono? Secondo me no. Devono essere queste collegate per forza alla provincia? Figuriamoci. Ne abbiamo una quantità drammatica. Devono per forza tutte essere incapsulate nelle regioni? Nemmeno quello . Dobbiamo mantenere tutte le federazioni verticali che ci sono di rappresentanza di tutte le specificità corporative? Anche questo credo di no».

Queste cose le ha comunicate a Confindustria?

«Le comunico a coloro che sono i candidati alla presidenza, e auspico che al prossimo giro i candidati possano presentare pubblicamente un programma, dove ognuno se lo può leggere, senza che vi sia uno statuto che a loro lo vieta.. E sulla base del programma ognuno potrà dire questo è meglio di quest’altro. È più vicino alle mie idee. In una forma direi democratica».

Lei dice che è poco democratica?

Lei come fa a dare voti se non conosce il programma di un partito! Va per amicizia. Le pare una cosa seria nel 2016?

Mi chiedo come mai rimane ancora in Confindustria.

Se tutto questo non si superasse tireremo le conclusioni

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