Giralamoda

di Lucina Paternesi
Collaborazione di Giulia Sabella, Tiziana Battisti e Federico Marconi
Immagini di Alfredo Farina, Marco Ronca, Andrea Lilli e Chiara D'Ambros
Montaggio di Sonia Zarfati, Michele Del Fa
Grafica di Giorgio Vallati e Michele Ventrone


 

Quanto è insostenibile il mondo del fast fashion?
Dal bozzetto dello stilista al capo di abbigliamento, in stock, acquistabile online o in tutti i negozi del mondo, trascorrono appena 15 giorni. È l'industria del fast fashion che negli ultimi 20 anni ha fatto raddoppiare la produzione e moltiplicare le collezioni. Dopo la pandemia, lo shopping online ha fatto schizzare le vendite, a diminuire è solo il ciclo di vita degli indumenti: buttiamo via i vestiti dopo averli indossati appena una manciata di volte. Il modello di business dell'industria del fast fashion si basa su produzioni low cost e a ciclo continuo. Ma anche su spedizioni e resi gratuiti che spingono il consumatore ad acquistare le novità, viste in vetrina o sui social, senza avere una reale necessità. Tutto è gratis, si paga solo ciò che si tiene. Ma che fine fanno i vestiti che rimandiamo indietro dopo averli provati a casa? Assieme all'unità investigazioni e ricerca di Greenpeace, Report ha provato a seguire i nostri resi, acquistati direttamente dai siti internet delle aziende. Dopo due mesi, i risultati di questa indagine sono allarmanti: quasi centomila chilometri in tutta Europa senza neanche trovare un cliente disposto a comprarli. Quanto è insostenibile il mondo del fast fashion? E, soprattutto, chi paga il costo nascosto dei resi gratuiti?

Le risposte delle aziende Temu, Amazon, Ovs, H&M, Zalando

Il report pubblicato da Greenpeace sul costo dei resi online "La moda in viaggio"