Rai 3
Televideo

Puntata del 05/11/2000

LA SACE: UN ENTE CHE TACE

In onda domenica 5 novembre 2000

di

Autori: Stefania Rimini
Stagioni: 2001

Mettiamo che un'azienda italiana debba fare un grosso lavoro in un paese povero, dove c'e' il rischio di non essere pagati. Che fa? Va a farsi fare un'assicurazione dalla Sace, che e' l'assicuratore pubblico per le esportazioni.
Funziona cosi': l'impresa paga un premio e la Sace le fa una polizza . Se poi l'affare va male e il cliente non paga, allora come in tutte le assicurazioni, scatta l'indennizzo. Ovvero e' la Sace che paga il conto all'impresa e ci pensa lei a farselo restituire dal cliente del paese povero oppure dal governo del paese in questione, se era un debito garantito dal governo.

Con che soldi paga la Sace? Con i nostri soldi, perche' la Sace e' un ente Pubblico e il senso di un'assicurazione pubblica e' proprio quello di permettere alle 180 mila aziende esportatrici italiane di lavorare anche nei paesi a rischio.
Naturalmente c'e' una Sace in ogni paese.

Ma siamo proprio sicuri che i nostri soldi vengano messi al servizio di tutti, attraverso la Sace, e non di qualcuno in particolare?
E siamo sicuri che le operazioni che vanno a fare all'estero le aziende assicurate siano sempre operazioni limpide? Intanto, chi sono quelli a cui la Sace ha pagato 5000 miliardi di indennizzi con i fondi che provengono dalle tasse di tutti?

Ebbene, di quello che fa la Sace, non ci e' stato facile sapere qualcosa. Infatti: della Sace non si parla sui giornali perche' i dipendenti hanno ricevuto ordine dal direttore di non parlare con i giornalisti senza il suo permesso. Fornire dettagli su determinate operazioni costituisce addirittura violazione del segreto d'ufficio.
I verbali relativi alle decisioni prese la Sace non li fa vedere neanche agli imprenditori suoi clienti e direttamente interessati

Neanche nella relazione che la Sace fa al Parlamento salta fuori un nome che sia uno sulle imprese che hanno preso i soldi. La Corte dei Conti, che e' l'organo di controllo, fa una relazione con cui ci informa che la Sace ha avuto un rendimento nettamente peggiore rispetto alle stesse agenzie nel resto d'Europa e che per la mensa sono stati spesi 436 milioni, ci sono 20 pagine sulle spese di cancelleria, ma se cercate i nomi delle aziende, anche qui non ce n'e' l'ombra. Chi sa qualcosa lo sa perche' ha degli informatori all'interno della Sace.

"Ci chiediamo come sia possibile che nel secondo semestre del '99 la Sace abbia emesso soltanto 24 nuove polizze, esclusivamente a favore di grandi imprenditori" rileva il senatore Cosimo Ventucci di Forza Italia.
"Lo Stato attraverso la Sace sostanzialmente eroga fondi pubblici a quattro o cinque grandi imprese e a qualcuna piccola che ogni tanto ci scappa, per fare quello che vogliono" denuncia Sara Fornabaio, dell'ufficio di programmazione di Rifondazione Comunista.

Al Parlamento giacciono qualcosa come 45 interrogazioni presentate da varie forze politiche per sapere l'elenco delle imprese che hanno ricevuto gli indennizzi dalla Sace .....tutto fiato sprecato.
Chiedo ai due rappresentanti politici, Ventucci e Fornabaio, se la Sace ha risposto alle loro interrogazioni: entrambi mi dicono di no. "Sarebbe comunque molto grave se un ente pubblico non desse informazioni che pubbliche devono essere" dice il senatore Ventucci.

Facciamo la prova. Telefoniamo alla Sace. Le premesse sono buone: mi danno subito un appuntamento col direttore.

"Nel 2000 tra quelli gia' erogati e quelli che prevediamo di erogare, pagheremo indennizzi per 700/800 miliardi" mi informa Giorgio Tellini, direttore generale della Sace. "Le operazioni sono presentate per quanto riguarda il valore per 88% dalle grandi imprese e per il 12% dalle piccole e medie imprese".

Quindi i fondi che la Sace ha a disposizione vanno per il 12% alle piccole e medie imprese, e l'88 %alle grandi imprese. Se ne deduce che la Sace assicura soprattutto gli affari delle grandi imprese, anzi viene fuori che la Sace fa soprattutto gli affari delle banche. Si chiamano "operazioni triangolari" perche' la garanzia la riceve proprio la banca. Ma, in sostanza, a chi va la maggior parte dei fondi?

"La maggior parte sono le banche - mi dice il direttore Giorgio Tellini - La procedura piu' frequente e' quella della banca italiana all'estero che da' il credito all'impresa estera, comunque per il pagamento dell'esportazione dell'impresa italiana".

Sara' un caso, ma spesso i direttori della Sace provengono proprio dalle banche.
Fino al 1999 c'era il dottor Mauro, che arrivava dal San Paolo di Torino, e adesso c'e' il dottor Tellini che arriva dal Mediocredito centrale. Sia il San Paolo che il Mediocredito centrale stipulano polizze con la Sace.

Il direttore della Sace mi spiega che, quando la polizza e' intestata a una banca sotto forma di linea di credito aperta a tante imprese, non e' piu' la Sace , ma e' la banca che decide chi finanziare e per fare che cosa e la Sace non fa piu' un'istruttoria caso per caso sulla natura delle operazioni che vengono garantite col denaro pubblico, a meno che queste non superino determinati importi.

Il rischio e' che in questo modo le imprese con la garanzia di noi tutti fanno quello che vogliono senza rendere conto a nessuno.

Ma e' davvero possibile che passi di tutto? Chiediamolo al direttore della Sace se ci puo' dire chi sono le imprese assicurate e quali operazioni vanno a fare.
"Lei sta facendo una domanda che non ha il diritto di fare - risponde il direttore - Lei si documenti: se Sace avesse questo dovere lo avrebbe gia' adempiuto, se non ha adempiuto e' perche' ci sono delle norme che tutelano la riservatezza delle imprese assicurate".

La normativa tutela la riservatezza delle imprese? Mi documento: lo chiedo al garante della privacy
"La legge sulla privacy non vieta di fare trasparenza sulla gestione degli enti pubblici" spiega il segretario generale Giovanni Buttarelli.

Se volesse quindi la Sace potrebbe dire i nomi delle aziende e quali operazioni vanno a fare all'estero, non violerebbe nessuna norma sulla riservatezza

"Noi non diamo nessuna informazione sulle singole operazioni se non attraverso le autorita' competenti - dice il direttore della Sace, Giorgio Tellini - Lo chieda al Ministero del Tesoro".

Chiediamolo al Ministero del Tesoro: perche' non ci dicono i nomi delle aziende assicurate?

"Mi fa ricordare le liste di proscrizione - dice Fabrizio Costa, dirigente delle relazioni finanziarie internazionali al Ministero del Tesoro. - Gia' mi immagino, si farebbero degli incroci incredibili sui giornali, qui c'e' l'impresa, qui e' stato dato l'indennizzo....e poi nessuna agenzia di credito all'esportazione pubblica i nomi degli assicurati. Inoltre, dato che la maggior parte degli assicurati sono banche, poi che senso ha dire che la tal banca e' assicurata dalla Sace....quello che importa e' l'operazione sottostante, e quello la Sace lo dice".

La Sace pero' dice qual e' l'operazione solo in termini molto generali: per esempio "costruzioni". Ma sotto la voce "costruzioni" ci puo' essere anche un'operazione come quella della diga di Ilisu.....

"Io vengo da Hasankeyif - mi racconta Ekrem, un cittadino kurdo che si e' trasferito in Italia.- Hasankeyf e' una citta' antica nel Kurdistan, che il governo turco vuole far finire sott'acqua costruendo la diga di Ilisu. La mia famiglia e' stata costretta a lasciarla , per questo sono venuto in Italia... e ci sono centinaia di famiglie che dovranno essere evacuate se questa diga viene costruita. Noi kurdi non vogliamo che i simboli della nostra storia vengano sommersi da una diga".

Ilisu e' una localita' nel Kurdistan turco, dove il governo di Ankara ha deciso di far costruire una gigantesca diga. Il governo ne ha offerto la realizzazione ad un consorzio di grandi imprese europee, che per iniziare i lavori hanno bisogno di ottenere garanzie per 850 milioni di dollari dalle agenzie nazionali di credito all'esportazione. Dalla Svizzera ci sono la Sulzer Hydro che costruisce le turbine e il gruppo ingegneristico Abb, ci sono gli ingegneri civili della Balfour Beatty inglese e per le costruzioni la Skanska svedese. Per l'Italia si fa il nome dell'Impregilo, gruppo Fiat, e della Sace. Siccome pero' alla Sace non mi hanno voluto dire niente su questa operazione, voglio andare a vedere di persona.

Da Istanbul arrivo a Diyarbakir, la citta' piu' vicina alla zona della diga di Ilisu, sulle rive del Tigri. Sono piu' di 100 i villaggi kurdi che dovrebbero essere evacuati a causa della costruzione della diga di Ilisu.

Il Governo turco ha in programma di costruire 22 dighe in questa zona. Gli sfollati sono finiti nelle bidonville. Qui a Diyarbakir la popolazione e' passata da 300 mila a un milione e mezzo di abitanti nel giro di 7 anni. Sono stati mandati via dalla guerra, ma anche dalle dighe. "Nel villaggio da dove veniamo non c'e' rimasto piu' niente - mi racconta una donna kurda - per cui dobbiamo stare qua. Siamo in 12 in famiglia e nessuno ha un lavoro, da quando ci hanno cacciato siamo rimasti senza niente. Come si fa a vivere cosi'?"

Accoccolata per terra, davanti all'uscio di casa, un'anziana donna mi parla delle sue difficolta': "Ho 75 anni e vengo da un villaggio vicino a Mardin. Il nostro villaggio e' stato evacuato dai militari. La' non e' rimasto nessuno. Io ho 4 figli e molti nipoti come puoi vedere, ma qui non c'e' niente da fare per gli uomini della famiglia, non trovano lavoro, perche' non ce n'e'. I bambini fanno fatica ad avere da mangiare perche' i loro padri sono tutti disoccupati". Vicino a lei, attorniata da uno sciame di bambini, un'altra donna kurda condivide le stesse preoccupazioni: "Vengo da un villaggio vicino a Bizmil. Anche noi siamo stati evacuati dai militari. Qui abbiamo problemi economici, non possiamo lavorare. Vorremmo tornare al villaggio ma non possiamo perche' e' stato dato ai notabili che stanno dalla parte del governo".

Anche la Banca mondiale si e' rifiutata di sostenere finanziariamente il progetto della diga di Ilisu. Secondo le convenzioni internazionali sulle dighe, alla gente espropriata dovrebbe essere corrisposto un indennizzo. Ma sara' cosi'? L'avvocato Emin Aktar ha molte riserve.
"Quello che temiamo e' che molta gente sara' cacciata via senza ricevere nessun indennizzo per le case espropriate. Infatti la maggior parte dei residenti vivono nelle case dei loro antenati da sempre, e non e' che hanno il rogito per dimostrare che la casa e' loro o le piante catastali per comprovarne il valore. Gli unici che hanno i documenti in genere sono gli Aga', i signori. Gli altri no, e stiamo parlando di 20-30 mila persone che il governo turco vuole evacuare. Saranno tutti costretti ad emigrare ad ovest, dove avranno grossi problemi ad integrarsi e verranno abbandonati a se stessi. Gli Aga', ovvero i grandi proprietari terrieri, appoggiano il progetto della costruzione della diga di Ilisu, perche' in questo modo loro venderanno le loro terre e guadagneranno un sacco di soldi. A loro non importa della perdita del patrimonio storico e culturale".

L'altro requisito che andrebbe rispettato secondo le convenzioni internazionali e' che prima della costruzione andrebbe consultata la popolazione.
"Ma quali consultazioni.... - dice l'avvocato Sinan Tanrikulu - il governo turco certo non va a consultare i residenti per sapere se sono d'accordo o no con la costruzione della diga di Ilisu. Non e' mica come in Europa qui. Ovviamente la gente non e' stata consultata".

Dalla Turchia il Tigri porta acqua anche alla Siria, all'Iran e all'Iraq, e gli sbarramenti creati dalle dighe diminuiranno il rifornimento d'acqua per questi stati . "Se la diga di Ilisu sara' costruita, potra' fornire energia soltanto per 70/80 anni, mentre sara' andato perduta per sempre una citta' che e' li' da 7000 anni - dice l'avvocato Emin Aktar - Per il governo questo non conta. Siccome anche la Siria e' contraria alla costruzione della diga, a chi critica la diga dicono: tu sei filosiriano. Cosi' la gente si spaventa e non dice piu' niente".

Da Dyiarbakir vorrei andare ad Hasankeyf, una citta' vicina che verrebbe completamente sommersa dalla diga di Ilisu. Prima di partire, pero', vengo avvertita da un informatore che potrei non riuscire a parlare con la gente.

Insomma, sembra che le autorita' turche non gradiscano che si parli delle dighe. Visto che ad altri colleghi sono state sequestrate le cassette, meglio nasconderle. Il giorno dopo parto per la citta' di Batman, dalla quale si raggiunge Hasankeyf . La diga di Ilisu, che potrebbero costruire le imprese europee fra cui l'Impregilo, allaghera' un'area di 313 km quadrati, compresa l'antica citta' di Hasankeyf. Molti finiranno nei sobborghi della citta' di Batman, in cui stiamo entrando adesso.

C'e' una macchina che non ci molla da quando siamo partiti da Diyarbakir. Temo che ci stiano seguendo, in ogni modo non faccio nemmeno a tempo a fare il check in albergo che subito alcuni poliziotti ci raggiungono. Sanno che sono una giornalista e vogliono sapere dove andro' e con chi parlero'. Prendono il numero della targa della mia auto e si offrono di scortarmi, oppure di stare a sentire quello che la gente mi dira', dipende dai punti di vista, ma io vado direttamente ad Hasankeyf. E' qui che presto si vedra' solo una grande distesa d'acqua, l'acqua della diga di Ilisu, che il consorzio di imprese europee, garantite dai soldi dei contribuenti, dovrebbe costruire.
Contrariamente a quello che accade di solito, non ci ha seguito nessuno. "Sono venuto qui come interprete per degli occidentali almeno 20 volte in 4 anni e siamo sempre stati seguiti dai poliziotti, che stavano sempre 20 passi dietro a noi - racconta il mio interprete, Ibrahim Capar - . Questa e' la prima volta che non succede e veramente non riesco a crederci. Quando sono arrivati al ristorante mi hanno detto: questa e' la giornalista che stavamo aspettando. E io sono rimasto sorpreso e ho dovuto ammettere di si'. Lo sapevano gia', anche se non so come abbiano fatto".

Anche senza polizia al seguito, molti abitanti hanno comunque paura a parlare della questione della diga. Non tutti, pero'.
"Abbiamo sentito che faranno la diga di Ilisu , pare che abbiano gia' cominciato a metter giu' le fondamenta- dice Abdel, un ragazzino di 14 anni - Noi non la vogliamo, non sappiamo dove andare... gira voce che ci daranno delle case vicino a Batman, ma io voglio stare qua". "Dicono che queste case le svuoteranno nel giro di 5 anni per fare la diga di Ilisu - mi dice poi una ragazza - Non vogliamo che la costruiscano, e' un bellissimo sito archeologico e non vogliamo che venga rovinato , e' un peccato e poi dove andra' tutta questa gente?"

La citta' antica, con le rovine archeologiche di 7000 anni di insediamento delle civilta' mesopotamiche, si trova in alto sulla montagna . A meta' strada c'e' un'osteria scavata nella roccia. L'oste si sfoga con me per la minaccia incombente dell'allagamento. "Gira voce che se costruiscono la diga di Ilisu, l'acqua sommergera' tutto fino all'altezza di quel numero blu la' in alto - mi dice - vedi quei due minareti, anche quelli finiranno sotto acqua. E' un peccato per la nostra citta', e' una grande ricchezza storica e si dovrebbe fare qualcosa per proteggerla. Non si puo' dire dove ci manderanno, abbiamo sentito delle voci che daranno degli indennizzi per andare da un'altra parte, ma nessuno sa dove. E poi per avere gli indennizzi servono i documenti e qui c'e' della gente che vive ancora nelle cave, non e' che possono avere i documenti di proprieta'. Tutta la citta' dovra' essere evacuata quando la diga di Ilisu sara' costruita, tutta la citta' finira' sott'acqua, anche quel vecchio ponte, tutto sott' acqua".

Chiedo ai residenti se, come richiedono le convenzioni internazionali, il governo turco li ha consultati sulla costruzione della diga. "Nessuno ci ha mai consultati - dice il signor Mehmet - Solo una volta della gente da parte del governo e' venuta qui per chiedere la nostra opinione, ma non e' stata una cosa seria. Non sappiamo niente, non siamo sicuri di niente. Ci hanno detto che finiremo a Izmir o altrove, dopo che sara' costruita la diga di Ilisu. Io vivo nella casa dove sono nato e non la voglio cambiare". Una signora, Sadya, mi invita ad entrare in casa. Fa molto caldo. L'ambiente e' povero ma dignitoso. "Sono vedova da 7 anni - mi racconta - Mio marito e' uscito un giorno per andare a prendere un te', si e' sentito male ed e' morto. I ragazzini fanno le guide turistiche e si guadagnano qualcosa cosi', e io vado a fare le pulizie. Non vogliamo la diga, quello che ci serve sono dei posti di lavoro, qui tutti sono poveri e sono costretti ad emigrare. Lo sa solo Allah che cosa faremo quando sara' costruita questa diga. Noi non vogliamo andare da nessuna parte, non vogliamo che qui finisca tutto sotto acqua. Hasankeyf e' anche un luogo di pellegrinaggio, vengono qui per onorare i nostri martiri, che sono sepolti su queste montagne e la gente ci tiene anche per quello".

Se l'Impregilo, insieme alle altre aziende parte del consorzio, costruiranno veramente la diga di Ilisu grazie alla garanzia della Sace e delle altre agenzie europee di credito all'export, che ne sara' di tutte queste persone?

E poi siamo sicuri che la diga sia veramente necessaria? "La maggior parte dell'energia in Turchia viene prodotta qui, nella regione del Kurdistan - fa notare l'architetto Himarla Odasi - Per trasferirla nel resto del paese, vengono utilizzate strutture obsolete, che registrano delle perdite del 18% durante il trasferimento, invece del tasso normale di perdita che dovrebbe essere dell'8% come in Europa . Qui e' il 18% e cio' vuol dire che se ripristinassero una rete di distribuzione efficiente dell'energia, guadagnerebbero ben il 10% e non avrebbero neanche bisogno di costruire la diga di Ilisu, che va a coprire soltanto il 4,6% del fabbisogno energetico del paese.
Inoltre le dighe hanno cambiato il clima di Diyarbakir . La grande diga di Ataturk per esempio, ma anche quelle piu' piccole che ci sono qui intorno, hanno creato un aumento di umidita' nel nostro clima che e' caldo e secco. Si sono diffuse nuove malattie che prima non c'erano. L'acqua ristagna e tende a diventare inquinata. Poi bisogna tenere conto che qui i contadini non sono mai stati abituati ad avere tanta acqua e quindi, trovandosi in una situazione nuova che non conoscono, a volte sbagliano le tecniche di coltivazione e irrigazione, danneggiando il suolo che in certi casi si e' impoverito".

I bambini di Hasankeyf pero' la sanno lunga su come andra' a finire questa storia Masud, 15 anni, esclama: " La diga di Ilisu non sara' costruita perche' l'Inghilterra non dara' i soldi per farla. " Si avvicinano altri due bambini. "Mi chiamo Mustafa e ho 13 anni. Lui si chiama Enes e ne ha 9. Si', lo sappiamo della diga. La diga di Ilisu non verra' costruita, perche' il governo inglese e quelli europei non daranno i soldi e quindi non la faranno".

I bambini non sono lontani dal vero: infatti nonostante la determinazione delle autorita' turche e nonostante il riserbo assoluto sull'operazione da parte delle varie Sace europee, la storia di Ilisu e' saltata fuori lo stesso e il coro di critiche che si e' sollevato ha indotto varie imprese a ritirarsi dal progetto. E la Sace italiana che cosa ha deciso? Vediamo se il Ministero del Tesoro ci risponde.

"Il progetto di costruzione della diga di Ilisu non e' stato approvato" - dice Fabrizio Costa .

Ne siamo felici, ma mi chiedo: se fosse stato approvato, quando l'avremmo saputo noi, cittadini contribuenti? "Nessuno l'avrebbe saputo" risponde il dirigente del Ministero del Tesoro. Gli chiedo: ma secondo lei non sarebbe importante? E la risposta e': "No, perche'?"

Forse perche' non tutti sono contenti di sapere che i loro soldi vengono usati per garantire un progetto che implica lo spostamento coatto di 30 mila persone. Un progetto che potrebbe essere ripreso in qualsiasi momento e noi non lo sapremmo se non a cose fatte.

Come possiamo essere sicuri che un altro progetto del genere non venga approvato se non ci dicono niente? Il 95% delle operazioni garantite dalla Sace sono grandi lavori che hanno un impatto ambientale, eppure fino ad oggi, come conferma il Ministero del Tesoro, alla Sace neanche esisteva un ufficio di valutazione d'impatto ambientale. Come per esempio ha la Sace americana, che si chiama Ex Im Bank e fa le stesse cose, ma in maniera trasparente. Infatti basta andare sul sito Internet per sapere per esempio che la Commodore Aviazione ha ricevuto 6 milioni di dollari per rimettere a nuovo gli aerei dell'esercito del Venezuela.

Inoltre, se e' vero che la Sace non fa controlli sulle operazioni gestite dalle banche, che sono la maggior parte, che senso ha parlare di valutazioni d'impatto ambientale? Che ne sa la Sace di quello che stanno esportando o realizzando?

"L'amministrazione pubblica fa controlli, e poi abbiamo un rapporto di fiducia" spiega Fabrizio Costa .

Insomma per il Ministero del Tesoro ci dobbiamo fidare degli uomini della Sace.

Partendo dalle denunce dell'imprenditore Mario Misischia, la magistratura romana negli anni 90 ha scoperto uno scandalo che riguardava la Sace e ha incriminato quattro funzionari e l'allora direttore generale , mentre la Corte dei Conti li ha chiamati a rispondere di un danno all'erario di 93 miliardi.
Ma questi si potrebbe dire che sono fatti del passato, ora la Sace e' stata riformata e Il Ministero del Tesoro dice che ci dobbiamo fidare degli uomini....
Qui c'e' un conto dell'anno scorso di 328 miliardi per una causa che la Sace ha perso con una banca inglese sua cliente. La banca finanziava la P&M, una ditta di Lissone, provincia di Milano, che doveva ristrutturare l'albergo Medialuna a Bata, in Guinea equatoriale. I lavori non sono mai stati fatti, la P&M oggi non esiste piu', la Guinea non ha pagato e la banca inglese ha chiesto l'indennizzo alla Sace. La Sace si e' rifiutata, ma ha perso la causa.

Vediamo come il magistrato inglese giudica gli uomini della Sace. L'ex direttore: un testimone non convincente- il capo dell'ufficio legale: si puo' solo essere spiacenti per lui - l'avvocato: inaffidabile. Avvocati che comunque per la causa inglese sono costati al bilancio dello stato fior di milioni . Allora ci dobbiamo fidare? E fidiamoci! Ho chiesto informazioni al direttore della Sace su questi 328 mld che dobbiamo pagare noi, ma il direttore mi ripete che non puo' dare informazioni su singole operazioni e si toglie il microfono. Poi si alza, gira intorno alla scrivania e mi dice "Dottoressa Rimini, lei e' ancora giovane e se vuole avere delle interviste con professionisti deve rispettare i loro doveri professionali" e quando io gli faccio presente che si tratta di questioni che sono state sollevate anche a livello parlamentare, il direttore alza la voce e dice "Se non hanno avuto risposta in Parlamento, lei pensa di poterla avere da me?"

Torniamo agli indennizzi di cui non possiamo sapere niente: circa 5000 miliardi erano controgarantiti dai governi locali e quindi si sono trasformati in debito pubblico per i paesi poveri. Siccome pero' si tratta di paesi che non hanno piu' neanche gli occhi per piangere, in luglio il Parlamento ha stabilito che quei debiti si potranno cancellare entro tre anni, a una condizione, pero'....

"L'Italia deve cancellare tra gli 8 e 12 mila miliardi in tre anni, ma dipende dai paesi: i paesi devono smettere di fare la guerra" spiega Fabrizio Costa del Ministero del Tesoro.

I paesi devono smettere di fare la guerra perche' se no non gli cancelliamo i 5000 miliardi di debiti che hanno con la Sace. Giustissimo, ma, con cosa si fanno le guerre? Con le armi. E non sara' possibile che proprio la Sace assicuri in mezzo alle altre esportazioni, anche le vendite di armi?

"Lei conosce la direttiva della Presidenza del Consiglio in materia, quindi non ho bisogno di rispondere io " dice il direttore della Sace Giorgio Tellini , e aggiunge che l'assicurazione di operazioni di esportazione di armamenti, o aerei rappresenta una delle principali voci nell'attivita' delle agenzie pubbliche di credito all'esportazione.

Quindi con i soldi di tutti noi vengono garantite anche le vendite di armi.

Le armi sono un buon affare e la Sace e' un ottimo strumento per venderne sempre di piu', come conferma una lettera di D'Alema al direttore della Sace del dicembre 1999, dove l'allora Presidente del Consiglio autorizza la Sace a superare il limite di 600 miliardi che era stato fino allora stabilito per le garanzie ad esportazioni di armi. Nello stesso periodo era in ballo una gara d'appalto per la fornitura di elicotteri al Sudafrica e alla Turchia.

La questione e' che un terzo del debito estero dei paesi in via di sviluppo viene alimentato proprio dalla spesa per armamenti, con il coinvolgimento delle banche, delle imprese e delle agenzie di assicurazione del credito all'esportazione dei paesi ricchi. Per esempio tra il 92 e il 99 alla Turchia impegnata nella guerra contro i kurdi l'Italia ha venduto armi per 258 miliardi.

Sarebbe interessante sapere se quelle vendite erano garantite dai nostri soldi, nel qual caso, come la mettiamo con la valutazione di impatto ambientale? Se la Sace ha veramente risparmiato ai kurdi una partecipazione italiana nella costruzione della diga di Ilisu , perche' non risparmiare loro anche le nostre granate?

Rai.it

Siti Rai online: 847