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Puntata del 15/01/2005

LA MAFIA CHE NON SPARA

in onda il 15.01.05

di - Società

LA MAFIA CHE NON SPARA

Argomenti: Società
Autori: Maria Grazia Mazzola
Stagioni: 2005

Repertorio:
CLAUDIO MARTELLI - Ministro grazia e giustizia 1991

Pensiamo di istituzionalizzare la sola esperienza che ha dato qualche frutto: quella dei pool antimafia. E' impensabile che il singolo pubblico ministero, volta per volta, caso per caso possa isolatamente affrontare con indagini penetranti ed efficaci la mafia.

GIOVANNI SPADOLINI - Presidente del Consiglio dei ministri 1992
Il cuore della nazione batte per la Sicilia.

VINCENZO SCOTTI - Ministro degli interni 1991
Lo stato deve combattere questi criminali come organizzazione criminale.

OLIVIERO DILIBERTO - Ministro grazia e giustizia 2000
Semplicemente per dimostrare a tutti che non soltanto lo Stato non ha abbassato la guardia ma anzi che lo Stato è pienamente in campo contro la malavita organizzata.

ROBERTO MARONI - Ministro degli interni 1994
La priorità numero uno nell'agenda del Governo è il problema del mezzogiorno e la lotta alla criminalità mafiosa, la criminalità organizzata.

VIRGINIO ROGNONI - Ministro degli interni 1982
Così dobbiamo isolare il fenomeno mafioso, isolare il potere mafioso.

GIULIO ANDREOTTI - Presidente del consiglio dei ministri 1989
Una delle cose più belle che io stesso ho detto e che tutti hanno raccomandato di lavorare ma di fare meno dichiarazioni. Quindi io mi comporto coerentemente.

SANDRO BONDI - Coordinatore Forza Italia 2003
Lavorare insieme per continuare la battaglia contro la mafia e contro la criminalità organizzata.

CLAUDIO SCAJOLA - Ministro degli interni 2001
Una testimonianza del nuovo governo Berlusconi di impegno e di collaborazione alla Sicilia perché ci possa essere una ripresa economica di questa terra che possa levare, tagliare l'erba sotto i piedi ai mafiosi.

GIUSEPPE PISANU - Ministro degli interni 2003
Sono convinto che in tempi ragionevoli lo consegneranno alla Giustizia.

Così il Ministro dell'interno Giuseppe Pisanu risponde al direttore del tg1 Clemente Mimun a proposito della latitanza di Bernardo Provenzano ricercato da 40 anni.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
E da 40 anni si dichiara guerra alla mafia.
Buonasera, torniamo con una puntata speciale dedicata ad un argomento di cui non si parla più. Da decenni tutti i governi, a turno, e quando c'è il morto, si impegnano a sconfiggere la mafia. A Napoli la camorra è tornata a colpire: 134 omicidi nel 2004 e con l'anno nuovo le vittime sono già 4, e puntuali sono ripresi gli impegni solenni. La mafia siciliana da un po' non è sulle pagine dei giornali, perché non spara, ma la mafia non uccide per sport, lo fa quando qualcuno intralcia i suoi affari. Gli anni della mattanza sono finiti e l'esercito è rientrato nelle caserme. Quindi la mafia è stata sconfitta, oppure si è smesso di intralciare i suoi affari.
E allora andiamo in Sicilia a due passi da Palermo, a Vicari, un nome che non significa nulla per tutti noi, perché i boss preferiscono il basso profilo, e Provengano, il capo di Cosa Nostra , ama la discrezione dei casolari. L'inchiesta è di Maria Grazia Mazzola.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Vicari, 3 mila persone vivono qui ad una ora di auto da Palermo.
I capi mafia si chiamano Umina, Dolce, Pravatà. Fare affari con l'intimidazione è la regola ma non sparare.

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Ha iniziato a volere del frumento.

AUTRICE
Lei ha diversi ettari di terra?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Ho della terra e poi ha cominciato a chiedermi dei soldi, hanno iniziato con una somma di mille euro, poi siamo arrivati a 2 mila euro.

AUTRICE
Ogni anno?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
No. Ogni mese… dopo 4 mesi è ritornato di nuovo e ha chiesto la somma di 3 mila euro.

AUTRICE
Da quanti anni durava questa storia?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Da quasi tre anni.

AUTRICE
Lei lo sapeva che Pravatà era legato al latitante Provenzano, il capo di "Cosa Nostra"?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Che era legato a lui no, però sapevo che erano gente di malaffare, che aveva avuto dei precedenti per cui era stato in carcere. Poi ho subito delle minacce dal figlio pure, perché erano entrambi, padre e figlio.

AUTRICE
Che cosa le diceva il figlio ?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Mi minacciava sempre con la macchina , me lo ritrovavo sempre dietro e di conseguenza lui mi tagliava la strada; un giorno mi ha tamponato la macchina, lui aveva un cavallo e mi veniva anche addosso con questo cavallo e ho avuto delle lesioni…, da parte del capo ….diciamo.

AUTRICE
Questo Pravatà ??

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Sì.

AUTRICE
Quello che poi veniva a prendere i soldi da lei?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Sì.

AUTRICE
Cioè?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Ho avuto un taglio di circa 10 cm al collo, sul lato destro.

AUTRICE
Con che cosa ?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Con un coltello... e poi mi minacciava sempre con il coltello dopo questo episodio.

AUTRICE
Si è trovata da sola!?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Sì… Non ne potevo parlare neanche in famiglia perché ho i genitori tutti e due malati di cuore.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Paga per anni, subisce, sopporta in silenzio come dimostrano queste immagini inedite della donna di spalle costretta a consegnare una mazzetta di 500 euro all'estortore, l'uomo col berretto, Michelangelo Pravatà.
Tra le mani uno dei tanti acconti versati sul raccolto di un anno al capo mafia, ripreso mentre compie il reato dai Carabinieri del Reparto territoriale di Monreale. Michelangelo Pravatà è ora in carcere imputato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata.

AUTRICE
Che cosa l'ha convinta a reagire, a parlare, in un paese come Vicari dove in genere nessuno denuncia?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Non ne potevo più.

AUTRICE
E poi si è trovata a parlare con un magistrato?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Sì, ho trovato delle persone che mi hanno aiutato.

AUTRICE
Il dottor Prestipino.

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Sa che cosa significa non poter uscire cioè non poter neanche affacciarsi al balcone? Che le avevo sempre.

AUTRICE
Adesso che è andato in carcere?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Adesso va meglio, ma ci sono i familiari che mi guardano male, sembra che il male l'ho fatto io.

AUTRICE
Perché ha parlato, perché ha denunciato?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Infatti.

AUTRICE
Solidarietà in paese?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Preferisco starmene in disparte da tutti.

AUTRICE
Perché l'ambiente è difficile?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
Sì molto.

AUTRICE
Cioè?

SIGNORA INTERVISTATA IN AUTO
La gente vuole sapere come curiosità ma non ti è vicina perché capisce quello che si passa.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Sapete come gli uomini d'onore avvisano un imprenditore che è ora di pagare il pizzo? Ascoltiamolo in diretta attraverso un'intercettazione telefonica che riguarda un cantiere per la metanizzazione a Vicari poco tempo fa:

Prima telefonata
Operaio: "Geometra qua c'è un piccolo problemino"
Geometra: "Che è successo?"
Operaio: "Ci sono dei bussolotti di fucile che fa li tolgo e mi metto a lavorare o mi fermo un attimo?"
Geometra: "Fermiamoci. Sono cartucce?"
Operaio: "Sì"
Geometra: "Ma erano attaccate?"
Operaio: "Si sono attaccate ad un sacchetto. C'è qui Ferreri che mi ha detto che conosce quello della zona, eventualmente ci può andare a parlare lui, non lo so…"
Geometra: "Non so niente di queste cose dobbiamo avvertire l'ingegnere… Ti faccio richiamare dall'ingegnere…"
Operaio: "Va bene geometra."
Geometra: "Ciao."
Operaio: "OK Arrivederci".

Seconda telefonata
Ingegnere: "Pronto?"
Geometra: "Buongiorno, ingegnere"
Ingegnere: "Buongiorno, mi dica"
Geometra: "Hanno trovato, sul tergicristallo della catenaria, a Vicari, delle cartucce…"
Ingegnere: "Vada a fare immediatamente la denuncia ai carabinieri."

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
La mafia è una grande famiglia, si sa, un mutuo soccorso. Il padre dell'estrortore che abbiamo appena che abbiamo appena mostrato, Gaetano Pravatà negli anni '60 ospita proprio qui a Vicari, in casa sua, l'attuale capo di Cosa Nostra Bernardo Provengano, latitante da oltre 40 anni. Questa è la sua unica foto quando era ventenne, oggi ha settantadue anni. Chi sarebbe in grado di riconoscerla? Secondo gli inquirenti Provenzano, detto Binu dai suoi uomini più fidati si nasconde tra i paesi della provincia di Palermo, fino ad oggi imprendibile. Riesce sempre ad anticipare le mosse degli investigatori e Vicari è ritenuta zona di sua influenza. Lo dice il pentito Antonino Giuffrè che due anni fa prima di essere arrestato si nascondeva qui, tra le campagne, in questa casa di proprietà di Giuseppe Umina, altra famiglia legata al capo di cosa nostra. Al clan Unima non sfugge l'unica fabbrica dell'indotto Fiat, 40 dipendenti.

AUTRICE
Come è nata questa fabbrica proprio qui a Vicari?

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
La Iposas srl è nata grazie all'intuito di mio zio, il cavaliere Gizzi Gaetano, che era emigrante, è partito a Torino da emigrante negli anni '50 ed è ritornato in Sicilia negli anni '70 con una commessa Fiat in tasca giacché si apriva la Sicil Fiat a Termini Imprese. Ha subito un attentato…

AUTRICE
Che tipo di attentato?

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
Si racconta che avessero trovato un ordigno esplosivo, dentro la fabbrica.

ANGELO GRAZIANO - Sindacalista Fiom Cgil
Il vecchio proprietario mi avevano detto che avevano subito delle lettere di estorsione, delle minacce. E' stato assunto Umina Salvatore ed è stato, gli avevano dato la mansione di addetto alla sorveglianza degli operai. Io in quanto sindacalista della Fiat mi sono opposto a questa nomina, dicendo che questo sorvegliante non era possibile perché contrastava con lo statuto dei lavoratori. Perché non potevano mettere uno sorvegliante che non era degli operai, che cosa sorvegliava.

AUTRICE
Ma che ruolo aveva all'interno dell'azienda?

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
Aveva un ruolo di responsabilità. Aveva un carisma e molte persone facevano riferimento a lui in azienda.

AUTRICE
Più che al sindacato?

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
In certi casi sì. Ma era comunque un grande lavoratore.

AUTRICE
Per esempio per le festività, per i diritti a chi si rivolgevano gli operai inizialmente?

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
Per quanto riguarda alcune cose si rivolgevano a lui in effetti.

ANGELO GRAZIANO - Sindacalista Fiom Cgil
Subito dopo, dopo un po' di tempo ho subito degli attentati.

AUTRICE
Cioè cosa le hanno fatto?

ANGELO GRAZIANO - Sindacalista Fiom Cgil
La prima volta mi hanno bruciato la casetta di campagna. Dopo un po' di mesi mi hanno bruciato una macchina. Sono passati altri 5 mesi e mi hanno tagliato le ruote della macchina qua, all'interno della fabbrica. Dopo un paio di mesi mi hanno di nuovo bruciato la casetta di campagna dopo che l'avevamo ricostruita. Umina è stato condannato. Dopo che si era fatto dieci, undici anni per associazione mafiosa, lo hanno riassunto.

AUTRICE
Però c'erano altri sui parenti all'interno della fabbrica?

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
Certo, ci sono dei parenti perché molti dipendenti, essendo di Vicari, sono suoi parenti o collaterali.

AUTRICE
Il boss Umina è andato in carcere di recente. E' stato arrestato con l'accusa di associazione mafiosa e anche estorsione perché effettivamente la sua assunzione, il suo stipendio che era maggiorato rispetto agli altri dipendenti, rappresentava, secondo l'autorità giudiziaria, una vera e propria estorsione. E' così?

ANGELO GRAZIANO - Sindacalista Fiom Cgil
Sì, sì.

PIETRO GIZZI - responsabile amministrativo IPSOSAS
L'arresto ha portato a uno sviluppo maggiore dell'azienda. Sviluppo nel senso di un accelerare il processo di riorganizzazione dell'azienda in funzione di una continuità e per il futuro.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Questa è la stalla degli Umina, un ritrovo per mafiosi. Nell'ingresso esterno, i carabinieri di nascosto piazzano microtelecamere per registrare colloqui e per riprendere le targhe delle auto. E' caccia al capo dei capi di Cosa Nostra. Ed ecco che lui Provenzano, misteriosamente viene a sapere che i suoi uomini d'onore sono spiati in questo posto. Di proprio pugno, con una macchina da scrivere gli manda a dire di cercare le microtelecamere, di scoprirle, non gli comanda di toglierle ma di tacere. E questa è la lettera originale sequestrata dagli inquirenti: "Carissimo con gioia ho ricevuto tue notizie. Mi compiaccio tanto di sapervi a tutti in ottima salute. Lo stesso grazie a Dio al momento posso dire di me. Se lo puoi fare, se ti obbediscono, facci guardare se intorno all'aziende ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicine o distanti. Falli impegnare e osservare bene e con questo dire che non parlano, né dentro né vicino alle macchine. Anche in casa non parlano ad alta voce. Non parlare nemmeno vicino a casa né buone né diroccate. Istruiscili. Niente per me ringraziamenti, ringrazia nostro Signore Gesù Cristo".
Ed ecco le immagini inedite di ciò che le microtelecamere piazzate dai carabinieri riescono a registrare: solo i piedi dei mafiosi, targhe quasi illeggibili, nessuna faccia né alcun dialogo sono stati ripresi. Solo qualche bisbiglio. Avvisati da Provenzano, gli uomini d'onore hanno spostato l'orientamento dell'obiettivo, neutralizzando di fatto le riprese. Ma come fa il capo di Cosa Nostra ad anticipare le mosse degli inquirenti? Il superlatitante si serve dei biglietti per mandare ordini ai suoi affiliati che se li passano poi di mano in mano come una catena. Ha sempre usato una vecchia macchina da scrivere. Ma quando la procura di Palermo ha ordinato la perizia su alcune delle sue missive sequestrate, Provenzano di colpo ha sostituito la vecchia macchina da scrivere con una automatica, nuova di zecca.

PIETRO GRASSO - procuratore della Repubblica di Palermo
C'è una legge che prevede che si possano infiltrare delle persone nella criminalità organizzata. Abbiamo scoperto che invece noi ci riusciamo raramente e invece troviamo che qualcuno si è infiltrato nelle nostre indagini.

AUTRICE
Come fa Provenzano ad essere così tempestivo rispetto alle mosse della Procura?

PIETRO GRASSO - procuratore della Repubblica di Palermo
Evidentemente ha dei canali informativi che lo tengono al corrente sui movimenti, sulle indagini della Procura. Il famoso processo cosiddetto delle talpe in Procura mi sembra che ha portato già a dei risultati, quantomeno per quanto riguarda il rinvio a giudizio.

AUTRICE
Riolo imputato di associazione mafiosa ha fatto delle ammissioni, che ruolo aveva?

PIETRO GRASSO - procuratore della Repubblica di Palermo
Riolo era un investigatore particolarmente esperto sotto il profilo tecnologico. Cioè aiutava le indagini collocando quelle microspie che poi ci consentono in una terra in cui mancano i testimoni di avere notizie dall'interno dell'organizzazione, notizie più riservate e più segrete.

AUTRICE
Che relazione c'è tra alcuni investigatori inquisiti, l'imprenditore Aiello e il presidente della Regione Cuffaro?

PIETRO GRASSO - procuratore della Repubblica di Palermo
Intanto Aiello è un imprenditore che è accusato di essere vicino al latitante Provenzano e quindi vicino a cosa nostra. Riolo e Ciuro sono due collaboratori della Procura che nelle loro attività hanno fornito delle informazioni sulle indagini in Procura ad Aiello. Per quanto riguarda Riolo la sua attività è retrodatata anche nel tempo e è accusato anche di aver dato informazioni che potevano agevolare la latitanza di Provenzano. In questo contesto si inserisce anche l'accusa nei confronti del presidente della Regione Cuffaro che avrebbe fornito sempre indicazioni sulle indagini nei confronti di Aiello allo stesso Aiello e anche avrebbe fornito delle indicazioni sulle indagini nei suoi confronti al medico Guttadauro, capo della famiglia di Brancaccio.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Di fronte alle accuse della Procura il presidente della Regione Sicilia Cuffaro risponde di avere la coscienza a posto e di essere certo di potere dimostrare la sua estraneità, ma il giudice decide di rinviare a giudizio le venti persone coinvolte per i reati che vanno dall'associazione mafiosa al concorso per corruzione e favoreggiamento nei confronti di cosa nostra.
E la collettività che cosa ci rimette? Oltre alle spie nella vicenda giudiziaria, dicono gli atti, c'è il grosso affare della sanità. Con l'imprenditore Aiello, secondo gli inquirenti, andavano a braccetto mafia e truffa. Qui siamo a Bagheria, alle porte di Palermo. Aiello è titolare di tre aziende sanitarie all'avanguardia per macchinari e prestazioni, tuttora attive ma sotto sequestro. 60 milioni di euro il fatturato, 130 i dipendenti. Villa S. Teresa ha un moderno reparto di medicina nucleare e la truffa eccola qui, in queste fatture sequestrate. Secondo i magistrati i rimborsi per le prestazioni specialistiche effettuate dal centro diagnostico di Aiello erano gonfiati del 60 e anche del 70 per cento, assente un tariffario regionale che ne regola i prezzi. Un singolo ciclo di radioterapia comprendeva un numero di applicazione e costava una cifra stabilita. La truffa consisteva nel frazionare un singolo ciclo in tante parti e nel moltiplicare la cifra complessiva per ogni frazione, facendo lievitare così in maniera esponenziale i rimborsi della Regione. Complice l'usl di Bagheria che non controllava la documentazione. Risultato: si ingrassa il privato sottraendo risorse ai fondi regionali e cioè al pubblico. Sullo sfondo, scrivono gli investigatori, c'è poi lo scontro politico tra due poli sanitari privati. Uno fa capo a imprenditori dell'Udc e l'altro a personaggi legati a Forza Italia. La posta in gioco è l'approvazione del nuovo tariffario regionale e quindi delle convenzioni con i privati. E questo è il tariffario sequestrato dai carabinieri all'imprenditore Aiello, era segnato così. Secondo le intercettazioni della Procura di Palermo, è lo stesso presidente della Regione Cuffaro, attraverso un collaboratore di fiducia, a invitare l'imprenditore Aiello a segnare con un evidenziatore, le variazioni di prezzo da fare nell'interesse della sua società.

Da "Cose di cosa nostra" di Giovanni Falcone, 1991
"In Sicilia per quanto uno sia intelligente e lavoratore, non è detto che faccia carriera, non è detto neppure che ce la faccia a sopravvivere. La Sicilia ha fatto del clientelismo una regola di vita e la mafia finisce per far apparire come un favore quello che è il diritto di ogni cittadino".

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Villabate a un quarto d'ora da Palermo. Qui c'è l'impresa Castello sequestrata dall'autorità giudiziaria nel dicembre del 2002. Era gestita attraverso un prestanome dal medico Giuseppe Guttadauro, quel boss di Brancaccio che secondo la Procura di Palermo sarebbe stato favorito dal presidente della Regione Cuffaro nell'inchiesta sulle talpe.

AUTRICE
Questa è un'impresa che vende materiali per l'edilizia. Come avveniva questa compravendita?

ANDREA DARA - amministratore giudiziario
Vi era un mutuo consenso a che le transazioni avvenissero per contanti senza emissione di alcuna documentazione fiscalmente regolare con sistemi di pagamento che non davano luogo a transazioni bancarie.

AUTRICE
Quindi diciamo contabilità virtuali, bilanci virtuali...

ANDREA DARA - amministratore giudiziario
Sì, contabilità inattendibile.

AUTRICE
La sicurezza del lavoro com'era?

Operaio impresa Castelli
Purtroppo non c'era sicurezza e non c'era un controllo molto stabile.

AUTRICE
Lei lo sapeva che dietro questa impresa c'era la mafia, quando lavorava in nero?

Operaio impresa Castelli
Guardi questo non lo sapevo perché io facevo sempre... la mia comparsa è stata da operaio, non so.

AUTRICE
E per quanti anni ha lavorato in nero?

Operaio impresa Castelli
Per circa 8 anni, così.

AUTRICE
Quanti anni di contributi ha?

Operaio impresa Castelli
Praticamente solo due.

AUTRICE
In genere l'imprenditore mafioso paga le tasse?

ANDREA DARA - amministratore giudiziario
Ne paga molte meno di quelli che sono i redditi che produce.

AUTRICE
Chi viene penalizzato direttamente dal tipo di impresa, di economia mafiosa?

ANDREA DARA - amministratore giudiziario
Vengono penalizzati tutti coloro i quali invece svolgono la loro propria attività nell'ambito di un sistema di regole normativamente previste.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Pochi chilometri più avanti c'è Aspra, la parte più affascinante della costa. A strapiombo una delle case di rappresentanza di Cosa Nostra. Vale almeno 10 milioni di euro. 38 mini appartamenti con molo. Costruita abusivamente sul demanio, confiscata da anni, bene dello Stato, eppure fino a poco tempo fa, di nascosto era ancora utilizzata dai prestanome del boss. In Italia i beni confiscati sono oltre 8 mila 800. Al primo posto la Sicilia con 3 mila 600.
I panni sporchi la mafia negli anni '80 li lavava qui, sciogliendo i nemici nell'acido, nel capannone della morte del boss Leonardo Greco. In questa cisterna sono stati sepolti numerosi cadaveri. Altri in decomposizione venivano chiusi nei sacchi e poggiati qui. Anche questo posto è stato confiscato.

AUTRICE
Quando a Libera vengono affidati i beni confiscati, che cosa trovate sul territorio?

DON LUIGI CIOTTI - presidente nazionale associazione Libera
Abbiamo trovato dei beni che prima di essere affidati sono stati distrutti perché il mafioso, perso per perso dice:"Beh giacché devo perdere questo bene te lo distruggo così poi ti arrangi". Di fatto però il 19 luglio, giorno di memoria dei ragazzi della scorta e di Borsellino, i campi della cooperativa Placido Rizzotto confiscati ai boss i fratelli Brusca sono stati di fatto incendiati. Si parla qui e qui c'è un faccia a faccia con la realtà, mai come in questo momento in cui si rivedono questi boss, alcuni di loro o volti amici loro per le strade. Quindi la sfida è una sfida di grande valore e noi dobbiamo fare in modo che in questo faccia a faccia vinca la legalità.

AUTRICE
Cosa fanno le vostre cooperative?

DON LUIGI CIOTTI - presidente nazionale associazione Libera
Il grano, dal grano la pasta, con grande valore che su quei territori vanno i giovani del posto a lavorare, espongono la loro faccia, rischiano, mettono di proprio e quindi bisognerebbe che lo Stato rispetto a questo investisse molto molto molto. E allora noi siamo un po' preoccupati perché il disegno di legge che attualmente il Governo ha presentato pone una serie di grandi riflessioni. Il primo perché i familiari possono ricorrere sulla confisca e quindi vuol dire che vivi la precarietà perché basta un ricorso per lasciare tutto appeso per aria.

AUTRICE
Cioè i familiari dei boss?

DON LUIGI CIOTTI - presidente nazionale associazione Libera
Dei boss possono ricorrere. Secondo viene affermato il principio che i beni non possono essere assolutamente venduti per il rischio che tutti dicono e poi di fatto è così che se li riprendono gli stessi boss della mafia. In realtà abbiamo già altre leggi che in Italia permettano che spossano vendere i beni confiscati ai mafiosi. Terzo a diventare i gestori di tutto alla grande è il demanio che è stato l'anello fragile, l'anello debole del passato, della gestione dei beni confiscati. Quindi ci sono delle contraddizioni che si toccano concretamente con mano.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Alcuni boss sono tornati in libertà, però il sequestro dei beni c'è stato, è un passo importante, ma poi questi beni dovrebbero anche fruttare qualcosa altrimenti, oltre al danno c'è anche la beffa.E allora andiamo in provincia, a Trapani. Qui lo Stato ha sequestrato un'impresa di calcestruzzi gestita da un boss mafioso. E da latitante il boss ha continuato a gestirla, poi quando finalmente è stato arrestato, il fatturato della fabbrica è crollato.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Trapani è la provincia che ha meno morti ammazzati. Ma per mafia ogni anno finiscono in manette almeno 100 persone. Cosa Nostra da queste parti ottiene quello che vuole senza sparare, fa affari con gli appalti e si siede nei salotti. Una delle tecniche è il sequestro lampo degli imprenditori per convincerli a mollare le quote della società o solo per dettare legge. Oggi il latitante che conta è Matteo Messina Denaro, ma ieri capo mandamento era Vincenzo Virga, il proprietario di quest'azienda, la calcestruzzi Ericina. Era lui che dettava il prezzo del calcestruzzo e quasi tutti gli imprenditori compravano qui. Gli affari andavano a gonfie vele.

AUTRICE
Lei è dipendente di quest'impresa da quanto tempo?

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
Dal 1992.

AUTRICE
Com'era la gestione inizialmente?

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
Ma inizialmente la gestione era a mio avviso abbastanza organizzata, nel senso che le commesse erano notevoli e quindi avevamo un buon mercato da servire. Noi siamo dieci dipendenti.

AUTRICE
Il lavoro non mancava mai…

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
No.

AUTRICE
Che gestione c'era?

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
C'era la gestione del gruppo Virga

AUTRICE
Ma c'erano anche i figli del latitante dentro quest'impresa?

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
In qualità di soci.

AUTRICE
Che cosa è accaduto dopo?

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
Nel '94 c'è il sequestro preventivo delle quote, nel '96 avvengono gli arresti dell'allora amministratore dell'azienda.

AUTRICE
Per quanti anni la mafia ha controllato questa impresa?

ANDREA TARONDO - sostituto procuratore della Repubblica di Trapani
L'ha controllata dopo la confisca, ovviamente prima era totalmente a disposizione della mafia. Dopo la confisca l'ha controllata in alterne vicende dal '94 fino al 2001. Noi abbiamo accertato che fino al '99, i figli del capo mandamento, cioè i figli del boss mafioso, anche loro arrestati e poi condannati, erano presenti tutti i giorni nell'impianto, decidevano il prezzo da fare ai vari imprenditori, quindi l'imprenditore che andava a comprare il calcestruzzo non trovava lo Stato, ma trovava il boss mafioso o suo figlio, perché era latitante il boss e quindi doveva contrattare il prezzo con loro. Addirittura abbiamo evidenziato che per un certo periodo le fatture venivano emesse dalla società confiscata, quindi dallo Stato, ma venivano pagate al mafioso e restavano insolute dal punto di vista dello Stato. Tutto questo fino al 2001 è successo. Poi nel 2001, il boss mafioso Vincenzo Virga, quello che era l'originario proprietario è stato arrestato, c'è stato anche un forte intervento da parte dello Stato per controllare effettivamente l'impianto, sono stati sostituiti gli amministratori, ci sono nuovi amministratori e quindi si può dire che l'impianto è finalmente entrato veramente sotto il controllo dello Stato con uno sforzo che è durato molti anni, e a quel punto il fatturato è clamorosamente crollato.

AUTRICE
Ci può dare un'idea del fatturato di quegli anni?

GIACOMO MESSINA - ragioniere calcestruzzi Ericina
Diciamo che si è passati da un volume di affari intorno ai 2 milioni e 200 mila euro a 1 milione e 100 mila euro, un dimezzamento del 40-50 % delle vendite. Abbiamo notato che la perdita notevolmente è di clienti. I clienti non si rivolgono più a noi come avveniva in passato.

LUIGI MISERENDINO - amministratore giudiziario
Siamo riusciti a sopravvivere sino ad oggi grazie soltanto all'interessamento del prefetto di Trapani, parte attiva nei confronti degli industriali trapanesi, cercando di convincerli che qui c'era un'azienda dello Stato che aveva bisogno delle commesse per poter andare avanti.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Abbiamo chiesto, a un'altra impresa di calcestruzzo, come procede l'attività economica.

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
Da noi si ragiona anche che un cliente storico, cioè un cliente tu lo acquisisci e cerchi di mantenerlo. Ci sono clienti che si forniscono da noi che sono fissi, quindi se i signori lavorano allora noi abbiamo anche il nostro riscontro economico.

AUTRICE
Voi avete un elenco di fornitori fissi, di vecchi clienti? Quanti sono? Sono tutti imprenditori della zona?

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
Quantificare non glielo so dire...

AUTRICE
Siete in attivo come bilancio?

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
Si può dire di sì e si può dire di no...

AUTRICE
Andate avanti?

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
Andiamo avanti, ma sempre giusti giusti...

AUTRICE
Al metro cubo voi il calcestruzzo a quanto lo fate?

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
A metro cubo dipende il tipo di calcestruzzo...

AUTRICE
Minimo?

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
All'incirca sulle 50 euro un tipo di calcestruzzo medio, intermedio.

AUTRICE
Da un minimo di 50 euro al metro cubo a un massimo?

ANTONINO OCCHIPINTI - amministratore Sicilcalcestruzzi
Si può salire fino a ai 60, 70 euro.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ecco i prezzi della calcestruzzi Ericina: vanno da un minimo di 38,25 al metro cubo a un massimo di 75,71. Prezzi dunque competitivi sul mercato. Ed è lungo l'elenco degli imprenditori che dall'arresto del mafioso Virga non comprano più alla calcestruzzi Ericina. Abbiamo preso appuntamento con uno di loro che ci ha ricevuto nel suo ufficio.

ANDREA BULGARELLA - imprenditore
Ma non è vero perché io non credo che chi ha un lavoro qua non va dalla calcestruzzi.. ma che cosa non ci deve andare?

AUTRICE
Perché è diventato il calcestruzzi dello Stato, questo dicono gli amministratori giudiziari..

ANDREA BULGARELLA - imprenditore
Noi siamo dalla parte dello Stato, lo siamo sempre stati, lo Stato forse non è presente diverse volte. Questa è la realtà. Noi siamo dalla parte dello Stato, gli imprenditori veri, perché abbiamo tutto questo interesse di essere dalla parte dello Stato, lo Stato non è presente molte e molte volte.
Lei mi fa una domanda ben precisa, quella che da oltre il 2000 non ho preso più dalla calcestruzzi Ericina: vuol dire che io non ho avuto più lavori in questa zona. Su questa situazione di prendere il calcestruzzi alla Calcestruzzi Ericina: bisogna avere il lavoro e bisogna avere il lavoro in quel territorio. Mentre negli anni '80-'90 avevamo 10-12-15 cantieri nel nostro territorio, ora non ne abbiamo più nessuno.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
L'imprenditore Andrea Bulgarella ha un cantiere proprio alle porte di Trapani, in zona Valderice, anche lì c'è una succursale della calcestruzzi Ericina dove non compra nessuno.

AUTRICE
Posso fare una domanda?

ANDREA BULGARELLA - imprenditore
Prego…

AUTRICE
Ma lei lo sente il peso della mafia sul suo lavoro, sull'attività economica?

ANDREA BULGARELLA - imprenditore
Queste cose, il peso della mafia.. lei non mi può fare questa domanda perché è una cosa lunga, una cosa che possiamo perdere giornate. Ma io non l'ho mai sentito il peso della mafia.

GIOVANNI FINAZZO - prefetto di Trapani
Il nodo sta nel fatto che alcuni imprenditori si rivolgono alla Calcestruzzi Ericina, chiedono il preventivo e poi optano per altre imprese. Altri imprenditori invece vengono pilotati dalle organizzazioni criminali verso alcune aziende. Viene suggerito, tra virgolette, dove devono rifornirsi per il loro materiale. E ciò accade non soltanto per il calcestruzzo, accade per il cemento, per il ferro, per la guardiania, per le macchine movimento terra dove le organizzazioni criminali, la mafia in particolare hanno il monopolio, in ogni caso gestiscono buona parte del settore.

AUTRICE
Voi avete per caso avviato un'indagine sul perché gli imprenditori non acquistano più il calcestruzzo da questa impresa?

GIOVANNI FINAZZO - prefetto di Trapani
Sì, ci sono delle verifiche in corso; si sta aprendo uno spaccato che consentirà un approfondimento da parte della magistratura in particolare.

Da "Cose di cosa nostra" di Giovanni Falcone, 1991:
"Non può destare meraviglia la scoperta di uomini politici che accettano di venire discretamente a patti di cosa nostra, dal momento che il controllo del territorio, tipico del metodo di governo mafioso, significa anche condizionamento del potere politico... con tutte le conseguenze elettorali immaginabili… La mafia - è un fatto notorio - controlla gran parte dei voti in Sicilia.

AUTRICE
Che cosa avete scoperto a Marsala?

ROBERTO PISCITELLO - direzione distrettuale antimafia Palermo
La turbativa del regolare svolgimento delle elezioni rientra tra i compiti istituzionali di Cosa Nostra. Ebbene a Marsala si è accertato che Cosa Nostra è intervenuta pesantemente per incidere sull'esito di talune consultazioni elettorali.

AUTRICE
In che modo?

ROBERTO PISCITELLO - direzione distrettuale antimafia Palermo
Si compie il reato che prevede il voto di scambio, cioè il reato che punisce chi, politico o comunque candidato alla consultazione elettorale, ottenga da cosa nostra la promessa che cosa nostra si interessi a fargli reperire i voti in cambio della donazione di denaro e, nell'ambito di quest'inchiesta è emerso, con la concretezza dei gravi indizi di colpevolezza raccolti dal gip questo fatto. Nell'agrigentino altre indagini condotte da quest'ufficio hanno evidenziato cointeressenze di Cosa Nostra con il mondo politico.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Entriamo allora nel laboratorio della politica di Marsala. Un'amministrazione di centrosinistra, un consiglio comunale a maggioranza di centrodestra sul quale sono sempre accessi i riflettori dell'autorità giudiziaria.

AUTRICE
Stiamo facendo un inchiesta su questo problema del voto di scambio che coinvolge alcuni consiglieri comunali di Marsala tra cui il senatore Pizzo ma è stato sentito anche il consigliere Laudicina, che peraltro è stato intercettato proprio insieme a lei.

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Mi diceva che questo voto di scambio si intendeva per acquisto di voti, anche lui però aveva sentito dire quindi saputo, da parte dei giornali e di radio e di conseguenza..

AUTRICE
Giornali e radio proprio no…

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Va beh, quel giorno non mi ricordo...

AUTRICE
Le intercettazioni non parlano di giornali e radio...

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Mi spiegava che era, cioè che cosa si trattava lo scambio di voti, nel senso che avrebbe acquistato dei voti in cambio...

AUTRICE
A chi però? Si facevano nomi e cognomi?

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Si parlava in giro del senatore Pizzo però anche lui non è che ne era a conoscenza personalmente, ne era a conoscenza generalmente, cioè era una cosa che si diceva in città, che si parlava..

AUTRICE
Cioè che aveva comprato dei voti per il figlio, è stata la mafia no? Una trattativa con la mafia?

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Certamente si trattava di una trattativa con la mafia...

AUTRICE
Cento milioni delle vecchie lire in cambio di voti per il figlio nelle elezioni regionali del 2001.

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Beh, cento milioni, non so... Uno può accusare l'altro così come si vuole, però deve essere concreto, cioè deve essere sicuro che ciò è stato fatto. E' facile accusare una persona e dire: " Beh ha preso 200 milioni o 100 milioni".

AUTRICE
E' vero che quando l'ex senatore Pizzo è uscito dal carcere ed è venuto qui, ha partecipato a una seduta del consiglio comunale, tutti gli hanno battuto le mani e c'è stato molto calore attorno a lui, solidarietà?

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Oggi il senatore Pizzo dopo tanti anni di politica, e sono tantissimi, dopo aver dato tanto dal punto di vista culturale, dal punto di vista istituzionale, dal punto di vista anche di creazione di opere, è come se fosse caduto un monumento.

AUTRICE
Quando il consigliere Laudicina le diceva che Pizzo aveva racimolato i voti così, lei che cosa ha pensato? Perché poi lo hanno arrestato.. lo hanno arrestato dopo.

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Non ci credevo.

AUTRICE
Uno parla, le svela una chiacchiera che ha preso per strada, poi vede gli arresti, cioè è curioso. Vuol dire che un fondo di verità doveva esserci, o no?

ANTONINO ALAGNA - consigliere comunale Udc
Scambio di voto o voto di scambio, l'ho detto al contrario, io pensavo: "io ti do 5 voti, tu mi dai 5 voti", non pensavo ci fosse stato un aspetto economico.

OTTAVIO NAVARRA - consigliere comunale Ds
Noi stiamo chiedendo da 5 sedute al presidente del Consiglio comunale che venga qui portato in discussione un ordine del giorno sul tema della legalità nella città di Marsala, dopo questa seconda ondata della operazione "peronospora" questo consiglio comunale ha solo discusso e ancora non votato nulla su questa vicenda.

AUTRICE
Cioè non ha preso posizione.

OTTAVIO NAVARRA - consigliere comunale Ds
Non c'è un voto ufficiale su questa vicenda.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Qui nel Palazzo di città si fa fatica a pronunciare il termine mafia, anche il sindaco è a disagio.

AUTRICE
Come può non pesare questa inchiesta comunque all'interno del consiglio comunale?

GASPARE GALFANO - sindaco di Marsala
Ma come... questo è un problema poi di gestione del Consiglio e delle commissioni...

AUTRICE
Anche lei ha subito mi pare un attentato…

GASPARE GALFANO - sindaco di Marsala
Sì, purtroppo sì…

AUTRICE
Mafioso?

GASPARE GALFANO - sindaco di Marsala
Non so. Vi sono delle indagini in corso, ho chiesto agli inquirenti di avere il regalo, prima della fine del mio mandato, di conoscere gli autori di quel vile gesto.

AUTRICE
Cosa le hanno fatto?

GASPARE GALFANO - sindaco di Marsala
Mi hanno quasi distrutto un'abitazione.

AUTRICE
In che modo?

GASPARE GALFANO - sindaco di Marsala
In che modo... mi hanno rotto tutte le vetrate, una scalinata di marmo, i bagni in marmo.. mi hanno fatto un po' di danni.

ROBERTA PULIZZI - consigliere comunale Ricostruire Marsala
All'interno di questo Consiglio comunale, vi sono due consiglieri coinvolti in queste operazioni di voto di scambio e comunque che mettono in evidenza i rapporti stretti tra mafia e politica, sarebbe il caso che questi due consiglieri comunali si mettessero un po' da parte, si dimettessero.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Il Consiglio comunale di Marsala non è abituato alla presenza di telecamera e a qualcuno sale la tensione...

VINCENZO GENNA - capogruppo nuovo Psi
Cosa vuole sapere che c'è mafia in questo Consiglio comunale? Cosa vuole sapere? O c'è qualcuno che utilizza anche la politica dell'antimafia?

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Cerchiamo di incontrare gli indagati, ma invano... questi sono i vari appartamenti dell'ex senatore Pizzo, e non risponde nessuno.
Andiamo allora nella villa del deputato regionale Davide Costa del Ccd, anche lui accusato di avere dato soldi alla cosca mafiosa in cambio di voti.

AUTRICE
Cercavamo appunto il deputato regionale Costa

Sorella del deputato regionale Costa
Non c'è, è fuori sede.

AUTRICE
E' fuori sede, è suo fratello. Volevamo sentirlo per questa faccenda del voto di scambio.

La sorella del deputato lascia intendere a gesti di non voler commentare

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Cos' è il voto di scambio, cosa significa? Significa che il politico, contro ogni regola democratica, chiede al mafioso "garantiscimi i voti e io in cambio ti do soldi o affari". Bisogna stare dentro al giuoco, e se ti rifiuti, ti si fa passare la voglia.
Abbiamo visto come funziona il voto di scambio: attraverso il controllo politico si controllano gli affari. Un gioco al massacro dove l'imprenditore onesto non ha scampo e l'economia non decolla mai. Gli esempi sono infiniti, a cominciare da un imprenditore di Siracusa, che torna nella sua città a fare la conta di quel che gli resta.

AUTRICE
Buongiorno, da dove arriva?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
Arrivo da una località del Nord.

AUTRICE
Quale?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
Preferisco non dirlo.

AUTRICE
E perché?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
E perché subito dopo l'attentato che ho subito nel mio locale a Siracusa, mi è stato consigliato di allontanarmi per un periodo.

AUTRICE
E chi le impedisce di lavorare a Siracusa?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
E beh, chiaramente il racket delle estorsioni. Vivo sotto scorta da quasi tre anni, quindi ecco adesso ho tantissima rabbia addosso perché non posso svolgere la mia attività.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Dall'aeroporto di Catania seguiamo il giovane imprenditore Bruno Piazzese fino a Siracusa, la città dove ha dovuto chiudere il suo locale e licenziare i dipendenti perché così ha deciso il racket. Era un pub pizzeria, il più grande della città, luogo di ritrovo serale per tutti i giovani della provincia…

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
La vicenda è iniziata con l'imposizione, da parte di un clan siracusano, di alcune macchinette videopoker che volevano posizionare all'interno del mio locale. Io nonostante mi fossi rifiutato loro hanno comunque messo queste macchinette all'interno del mio locale. Dopo un periodo in cui queste macchinette non lavoravano perché io non le facevo lavorare, mi fecero sapere che avrebbero portate via queste macchinette e in cambio pretendeva i soldi.

AUTRICE
E quindi quanto le chiesero per l'estorsione?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
Ci furono diversi episodi, inizialmente avevano chiesto tre milioni al mese, poi visto che io mi sono nettamente rifiutato sin dall'inizio avevano abbassato. Comunque io non ho mai pagato nulla. Ho fatto la denuncia ad ottobre del 2001...

AUTRICE
Quanti furono arrestati?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
Furono arrestate 6 persone. Tra queste persone c'era l'attuale capo clan che è Alessio Attanasio che attualmente è in regime di 41 bis, cioè carcere duro per i mafiosi. Il locale mi fu incendiato la prima volta un mese dopo che furono effettuati gli arresti e dopo nove mesi circa di lavoro, io ho ricostruito il locale con i fondi dello Stato, e la cosa strana è che dopo nove mesi circa di attività il locale è stato nuovamente incendiato. Dopo il secondo attentato io sono riuscito nuovamente con i fondi dello Stato a ricostruire questo locale. Dopo ulteriori nove mesi di lavori e la cosa allucinante, inspiegabile a questo punto è che mi hanno fatto il terzo attentato e questo è quello che si vede.

AUTRICE
Non c'erano delle telecamere che hanno potuto riprendere gli attentatori?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
La mia rabbia è proprio questa, perché mi era stato detto che purtroppo le telecamere che erano state istallate dopo il primo attentato, non potevano essere tenute per un lungo periodo perché costavano troppo.

AUTRICE
Chi glielo ha detto?

BRUNO PIAZZESE - imprenditore
Questo mi era stato risposto dalla Questura di Siracusa quando io ho chiesto il motivo per cui le avevano portate via. Qualcuno mi ha detto cosa aspetti che ti sparano addosso? Io non ho mai pensato di… né voglio fare l'eroe in questa vicenda, io chiedo solo di fare il mio lavoro. La terza volta è troppo, io sono stanco. Nel frattempo io ho assunto un impegno civile perché sono presidente dell'associazione anti-racket di Siracusa. Ma se poi i risultati devono essere quelli che ho vissuto e sto vivendo io sulla mia persona, per chi denuncia, e allora come faccio a dire agli altri commercianti: denunciate.

AUTRICE
Si potevano evitare questi tre incendi?

UGO ROSSI - procuratore aggiunto di Catania
Guardi, certo, con maggiore attenzione si potevano evitare, ma abbiamo fatto di tutto perché questo non accadesse. L'ultimo incendio è certamente il più grave di tutti. Posso dire che sono in corso le indagini come è ovvio e che certo i sospetti cadono su quello stesso clan, il clan Bottara-Attanasio che è certamente l'autore dei primi incendi, perché per questo fatto si è già celebrato un processo che si è concluso con le condanne degli imputati.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Stretta di mano e consegna di busta: ecco pagata dal proprietario di un salone di auto, un'estorsione mensile che va dalle 420 euro al mese a ben 1100 euro. A Catania più del 905 paga il pizzo. In Sicilia la media è del 70%. Secondo il Censis, la mafia risucchia il 3,5% del prodotto interno lordo del meridione, ovvero 7 miliardi di euro ogni anno.

AUTRICE
Questi sono i libri mastri delle estorsioni sequestrati dalla Procura di Catania. Guardate che elenco fitto di imprese. Commercianti, con tutte le cifre elencate. Sono le cifre mensili e non si salva nessuno. Addirittura sono indicati i commercianti più poveri, quelli che non hanno potuto pagare, infatti il riferimento è: povero. Il mese di agosto non ha pagato 500.. I soldi delle estorsioni finiscono in una cassa comune e poi vengono ripartiti con degli stipendi. E poi sono tutti i nomi degli appartenenti al clan: questo è lo stipendio mensile. Le estorsioni cominciano sempre con delle lettere minatorie, queste sono alcune:"prepara 200 milioni sennò chiudi". Con i soldi della cassa comune delle estorsioni si assistono le vedove dei mafiosi, si pagano le spese legali dei processi dei boss, si corrompe e si provvede alla potenza militare. Queste armi sono state sequestrate proprio pochi mesi fa dalla procura di Catania. C'è un'indagine attualmente in corso. Alcune armi sono da guerra, come questa mitraglietta semiautomatica calibro 9 modello 57 marca Luigi Franchi; è un'arma micidiale per azioni da guerra. E queste sono delle pistole. Questa è Smith e Wesson 357 magnum e la matricola è abrasa.

GIOVANNI FALCONE da "Cose di cosa nostra" 1991
"Non c'è vecchia o nuova mafia…La mafia è rapida nell'adeguare valori arcaici alle esigenze del presente... abile nel confondersi con la società civile… per l'uso dell'intimidazione e della violenza, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa".

AUTRICE
Lei si trovava proprio qui, a pochi metri da questa curva, e che cosa è accaduto quel giorno in cui lei ha vissuto un tentativo di agguato?

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
Sì, all'uscita dal commissariato di Palma di Montechiaro, avevo parlato con il commissario. Avevamo due macchine, io ero dietro e l'altra macchina era davanti...

AUTRICE
Una macchina di scorta?

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
Sì, quando siamo arrivati in una curva, credo sia proprio questa curva qui. La macchina che era davanti è riuscita a passare, quella che era dietro, quindi quella dove c'era anch'io, stava per essere fermata da un'altra macchina, una uno mi sembra, che stava chiudendo la strada e ostacolava il passaggio. E fortunatamente siamo riusciti a passare perché la nostra macchina ha forzato un po' questa specie di blocco e fortunatamente non è successo nulla di quello che poteva succedere. Paura sicuramente perché sono momenti un po' di tensione anche se non c'è molto tempo per pensare.

AUTRICE
E' già scampato a un agguato per aver detto no al racket della mafia, qui a Palma di Montechiaro. Paolo Maggiore ha 32 anni, è un giovane imprenditore catanese e si occupa di depurazione delle acque. E questa è l'opera per la quale lei ha rischiato e rischia ancora di morire. Perché?

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
Sì praticamente noi nel 2003, al luglio del 2003 abbiamo vinto una gara qui a Palma di Montechiaro, e quest'opera che dovevamo realizzare era un adeguamento dell'impianto già esistente e allora noi abbiamo cercato, io mi ricordo una mattina da internet mi sono visto le imprese locali edili che potevano fare il lavoro. Ho cominciato a chiamare, ma nessuno di loro era disponibile. E si è presentato a noi un consigliere comunale. E subito ha trovato una ditta ed era un percorso che stavamo facendo.. obbligato… a nostra insaputa. Due nostri dipendenti sono stati interpellati da questo rappresentante di questa ditta edile locale e dice a questi nostri dipendenti che c'era un signore che voleva parlargli fuori dal cantiere. Ed hanno trovato un signore incappucciato che scendeva da motorino. E questo signore si è presentato, ha detto nome e cognome:"volevo parlare con voi perché voi ora dovete pagare per continuare questi lavori".

AUTRICE
Quanto vi chiese?

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
Lui chiedeva in totale 10 mila euro, l'importo dell'opera era 450 mila euro su per giù. Minacciarono di fare di fare chissà che cosa. Mi sembrava una storia così assurda per la quale io non potevo girare la faccia e fare finta di nulla, era una cosa inconcepibile, e io ho presentato regolare denuncia.

AUTRICE
Chi era il consigliere comunale?

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
In realtà dopo ho capito chi era realmente il consigliere comunale era una persona che era collegata a questa organizzazione mafiosa e secondo me era la mente, tanto che lui anche proponeva di far fare delle fatture all'impresa edile per questi soldi che poi sarebbero dovuti uscire in nero dalla nostra azienda, quindi organizzava un po' la parte… ideava un po' questa attività criminosa.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Il costruttore, il consigliere comunale, gli estortori, venti in tutto in realtà fanno parte di un'associazione mafiosa munita di armi, oggi sotto processo.

FABIO CATALANO - commissario Palma di Montechiaro
Un clan, quello dei Pace, di cui il capo cosca è Pace Totuccio, un giovane sorvegliato speciale, fratello del più noto Domenico, killer del giudice Rosario Livatino già detenuto condannato all'ergastolo. Il solo nominare il nome Pace incute terrore in tutti gli abitanti della cittadina.

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
Noi abbiamo anche timore a questo punto a prendere appalti in alcune zone di questi problemi..

AUTRICE
Di incorrere di nuovo in estorsioni?

PAOLO MAGGIORE - imprenditore
Quindi mi sembra un po' una cosa assurda cioè pensare di prender degli appalti e avere paura. E nessuno si ribella a questa situazione che non fa altro che affossare anche l'economia nostra. Sicuramente per chi guarda il futuro, il futuro così è un po' offuscato, io vorrei vederlo un po' più chiaro.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Completata l'opera, il depuratore delle acque reflue non funziona comunque perché nessuno provvede alla sua gestione. A Palma di Montechiaro vivono 26 mila persone e il comune è commissariato. C'è il sospetto che queste acque siano utilizzate per irrigare i campi e che una parte confluisca anche nei corsi d'acqua. Per questo motivo è stata avviata un'indagine.
Ed ecco dal vivo un vertice dei rappresentanti di Cosa Nostra della provincia di Agrigento, ci sono anche i boss di Palma di Montechiaro. In pieno giorno, in un casolare di campagna i 15 uomini d'onore si consultano per eleggere il boss che li rappresenterà al vertice. Qualche ora dopo saranno tutti arrestati dalla polizia di Agrigento e Palermo.
Ci spostiamo a Gela, 80 mila abitanti, la città del petrolchimico, dell'inquinamento e dell'abusivismo. Qui sono due gli schieramenti che si contendono gli affari illeciti, appalti ed estorsioni: Cosa Nostra con l'attuale latitante, il quarantenne Daniele Emmanuello e i clan degli stiddari, organizzazione mafiosa locale. Il linguaggio dominante è appiccare un incendio quasi ogni notte, lo fa il racket delle estorsioni organizzato in maniera capillare ma lo si fa anche solo per una bega da condominio o semplicemente per una vendetta. Sono gli anni '90 a segnare Gela con i delitti più efferati.

AUTRICE
Un giorno si presenta un uomo a suo marito in negozio e che cosa gli chiede?

FRANCA GIORDANO - commerciante
Chiede una tangente, un importo.

AUTRICE
Ma suo marito cosa le diceva, che avrebbe pagato, che era intenzionato a pagare?

FRANCA GIORDANO - commerciante
Ma non se ne parlò proprio; questo è un caso unico e solo che ci ha sconvolti, la propria dignità non si calpesta. La mattina quando ti radi, quando ti guardi allo specchio devi essere consapevole che la faccia che ti vedi di fronte ti piace.

AUTRICE
Questo le diceva suo marito?

FRANCA GIORDANO - commerciante
Eh?

AUTRICE
Cosa accade?

FRANCA GIORDANO - commerciante
Venne ucciso sotto casa e ferirono gravemente mio figlio.

AUTRICE
Un agguato, in stile mafioso.

FRANCA GIORDANO - commerciante
Un agguato sotto il portone di casa. Gela è stata grande, perché io sto bene qua perché sono rispettata, sono amata e non me ne sono andata più. Evidentemente mio marito aveva seminato molto. E' successo il 10 di novembre del '92. Io avevo il Natale imminente e quindi gente che veniva a comprare, di fuori, paesi limitrofi solo per il piacere, diceva: "noi siamo qua come atto di solidarietà".

AUTRICE
Che cosa hanno raccontato i pentiti di questo omicidio?

FRANCA GIORDANO - commerciante
Hanno raccontato che praticamente avevano deciso di punire la città in quanto chi prima pagava si era stancato di questo sistema e non voleva più pagare. A me è stato detto che con i classici fogliettini c'è stato un sorteggio. Ed è capitato così.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
La mafia non risparmia neanche gli adolescenti, quattro sono stati bruciati, dicono i verbali, a cuore battente.

AUTRICE
Emanuele era cresciuto qui, in questo quartiere di periferia…

SILVANA GUELI - mamma di Emanuele
Emanuele era cresciuto in istituto, insieme all'altro fratello, nel collegio.

AUTRICE
Perché voi economicamente non potevate, lei e suo marito…

SILVANA GUELI - mamma di Emanuele
No, mio marito vendeva pesci come ambulante abusivo.

AUTRICE
Come è morto Emanuele, suo figlio?

SILVANA GUELI - mamma di Emanuele
Prima ammazzato con un coltello, poi bruciato.

AUTRICE
Quanti anni aveva?

SILVANA GUELI - mamma di Emanuele
Sedici anni. Mio figlio era un bambino. Sono tre anni che mi dico: perché?

AUTRICE
E' stata la mafia?

SILVANA GUELI - mamma di Emanuele
Sì. Cosa ha fatto, droga da vendere, io non lo so. Me lo hanno ammazzato. Perché non è giusto ammazzare così. Non è giusto di quello che hanno fatto vedere a mio figlio. Perché Emanuele non è che è morto subito: ha rincorso ha lottato. L'assassino non era uno, due, erano forse in tanti, perché Emanuele per fare quella strada, duecento metri, non so quale è stato il distacco dove hanno trovato il cadavere di mio figlio, c'è del sangue nel muro perché ci sono andata a vederlo quel posto. Ma non è giusto che hanno ammazzato proprio un figlio, un figlio da tutti, ma soprattutto a me il figlio. Però vi dico una cosa ragazzi, ve lo ripeto: non prendete una strada sbagliata, non fate la fine di mio figlio, vi prego, vi scongiuro.

AUTRICE
Che cosa ha fatto quando si è insediato?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Quando mi insediato sono l'11 marzo del 2003, io ricordo che arrivai in piazza, qui in piazza a Gela e c'era una folla incredibile ad attendermi. All'interno di questa folla arrivò una persona molto vicina a me, uno dei miei legali che mi disse…

ELISA NUARA - avvocato
Stai attento a non fare colpi di testa, ma lui in quel momento era distratto, e poi gli dissi stai attento perché ho ricevuto una telefonata, non fare colpi di testa.

AUTRICE
E quale era il senso di questa telefonata?

ELISA NUARA - avvocato
La telefonata aveva il senso di dire di lasciare le cose così come erano state, così come erano andate, di adeguarsi a un sistema che era radicato, consolidato.

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Siccome io avevo fatto appena delle dichiarazione proprio a Raitre in cui dicevo che l'obiettivo mio era quello di fare pulizia in questa città, pulizia proprio in tutti i sensi proprio partendo dalla questione morale della lotta alla mafia.

AUTRICE
Dopo la minaccia lei come primo atto lei cosa ha fatto?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Indagando su un quinquennio dal '98 al 2003 scopro che praticamente tutti i lavori del settore manutenzione erano stati tutti affidati con affidamento diretto con il meccanismo della somma urgenza.

AUTRICE
E quindi non attraverso una gara d'appalto?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Sì, sì, lo spiego questo: la somma urgenza è dire siccome noi non abbiamo il tempo di fare la gara lo affidiamo a questa persona che mi piace a me, in buona sostanza..

AUTRICE
Tutto così?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Così. Allora, come ulteriore decisione dico che tutti i dirigenti che dovessero fare "somma urgenza" dovevano comunicare immediatamente alle forze dell'ordine.

AUTRICE
Cosa è successo?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Cosa è successo? Praticamente da un anno e mezzo, nel comune di Gela non si è fatta mai una "somma urgenza".

AUTRICE
Lei mette le mani nel settore manutenzione e che cosa fa?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Intanto cambio il dirigente immediatamente. Allontano praticamente gente che era intoccabile.

AUTRICE
Questo era l'archivio del comune di Gela, che cosa è successo qui?

EMANUELE TUCCIO - architetto dirigente settore manutenzione Gela
E' successo che lo scorso mese di ottobre è stato appiccato un incendio, ci sono delle indagini in corso pare che sia di natura dolosa. Attualmente i locali sono sotto sequestro, sono sigillati, contengono, questi locali, gli archivi dei settori manutenzione ai lavori pubblici, praticamente archivi relativi ai lavori che si sono svolti negli anni passati.

AUTRICE
Che ruolo svolge?

EMANUELE TUCCIO - architetto dirigente settore manutenzione Gela
Io dall'anno scorso, dal marzo 2003 faccio il dirigente del settore manutenzione.

AUTRICE
A lei che cosa è accaduto?

EMANUELE TUCCIO - architetto dirigente settore manutenzione Gela
L'incendio di una macchina nel 2004, un secondo incendio di un'altra macchina, questa dell'amministrazione, se si può fare un'ipotesi, riconducibile all'attività che sto svolgendo da quest'anno in poi con quest'amministrazione.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
E allora andiamo a casa di uno degli impiegati del settore manutenzione del comune di Gela, nonché consigliere provinciale. Si chiama Salvatore di Giacomo. I Di Giacomo a Gela sono una grande famiglia, una famiglia che conta.

SALVATORE DI GIACOMO
Dice Crocetta che noi siamo mafiosi, ma non è così.

AUTRICE
I Di Giacomo?

SALVATORE DI GIACOMO
I di Giacomo, no, non è così, noi siamo persone pulite.

AUTRICE
Lei dove lavora?

SALVATORE DI GIACOMO
All'ufficio manutenzione strade e fogne del comune di Gela.

AUTRICE
Lavora nel reparto che dirige l'architetto Tuccio?

SALVATORE DI GIACOMO
Sì, da quando c'è il sindaco Crocetta io vado poco e niente al Comune.

AUTRICE
Senta le posso chiedere una cosa: Di Giacomo Salvatore, nato a Gela, impiegato comunale, proposto per la sorveglianza speciale nel '92, segnalato nel '93 per associazione a delinquere di stampo mafioso consigliere provinciale ecc.ecc. Lei qui dice, questo lo dice l'autorità giudiziaria, associazione a delinquere finalizzata alla turbata libertà degli incanti ai danni del comune di Gela, nello specifico di avere turbato addirittura il regolare svolgimento di due gare per l'allestimento seggi elettorali.

SALVATORE DI GIACOMO
Io non sono né progettista, né direttore di gara e neanche imprenditore.

AUTRICE
Ma questo lo dice l'autorità giudiziaria, non è che lo dice il sindaco.

SALVATORE DI GIACOMO
Non è vero tanto che il Tribunale della libertà mi ha ritenuto innocente.

AUTRICE
Però lei è ancora indagato, è sotto inchiesta?

SALVATORE DI GIACOMO
Sono indagato sì, ma sono indagato perché hanno dichiarato il falso, la polizia ha dato notizie false alla procura.

AUTRICE
Allora la colpa è della polizia?

SALVATORE DI GIACOMO
Certo ha dato notizie false.

AUTRICE
Senta Di Giacomo Paolo, nato a Gela, è suo figlio?

SALVATORE DI GIACOMO
Sì.

AUTRICE
Indagato per associazione e delinquere finalizzata alla turbata libertà degli incanti ai danni del comune di Gela e per avere turbato il regolare svolgimento di due gare per l'allestimento dei seggi elettorali.

SALVATORE DI GIACOMO
Mio figlio Paolo? E' falso sono bugiardi, non è vero niente. Mio figlio Paolo è il consigliere più pulito che c'è al comune di Gela. Ci stanno perseguitando sì. Perché ci sono alcune pressioni del sindaco Crocetta sulla polizia.

AUTRICE
Rocco?

SALVATORE DI GIACOMO
Sì.

AUTRICE
Sta in carcere.

SALVATORE DI GIACOMO
E' indagato.

AUTRICE
Ma Rosario è condannato, sta in carcere.

SALVATORE DI GIACOMO
Se mio figlio sbaglia, paga, ed è giusto: chi sbaglia paga.

AUTRICE
Dicono i magistrati che suo figlio è affiliato alla cosca, alla stidda. E' stato condannato, suo figlio.

SALVATORE DI GIACOMO
Io torno a dire che se mio figlio ha sbagliato, sta pagando.

AUTRICE
Non è curioso che siete una famiglia di persone tutte indagate e alcuni già condannati per associazione mafiosa...

SALVATORE DI GIACOMO
E' stata una persecuzione politica, quella mia sono buono per natura, di carattere, a me dispiace se vedo soffrire altre persone, se stanno male, se io avevo le possibilità di poterli aiutare li aiuterei.

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
C'è l'operazione imperium, un'operazione cui fra l'altro è stata coinvolta appunto la famiglia Di Giacomo, in cui non c'è una sola volta che parlano, questi parlano sempre di me, dall'inizio alla fine, in moltissime intercettazioni fanno riferimento al fatto che praticamente devono cercare di togliermi un po' dalla circolazione. Per esempio qui si fa riferimento proprio a quest'intercettazione e cominciano a dire:" lui ha sempre poliziotti ecc. le lampade a casa sua , a casa del sindaco finocchio". Anche questa è una di quelle questioni poi che la mafia probabilmente poi non si aspettava.

AUTRICE
I mafiosi la chiamano così?

ROSARIO CROCETTA - sindaco di Gela
Credo che loro pensassero che tutto sommato il fatto di essere gay mi ponesse in una condizione di debolezza. Uno che ha fatto una scelta omosessuale può essere una persona seria, rigorosa, dura anche. Infatti io dico molto spesso questo: io sono geneticamente incompatibile con la mafia, nel senso che tutta la mia vita e tutta la mia scelta di vita è incompatibile con il sistema mafioso.

AUTRICE
Ma che cosa è la mafia per lei?

SALVATORE DI GIACOMO
Non lo so. Non lo so. Non le posso rispondere perché io non lo so cos'è la mafia.

AUTRICE
Ci crede che esiste?

SALVATORE DI GIACOMO
Ma vede non lo posso dire se esiste la mafia. Io sono convinto che a Gela più che mafia c'è delinquenza…

AUTRICE
E la "stidda" ?

SALVATORE DI GIACOMO
…perché c'è disoccupazione, c'è fame.

AUTRICE
E la "stidda" ?

SALVATORE DI GIACOMO
E i giovani di oggi, una buona parte, io penso si trovano in una situazione brutta perché sono disoccupati.

AUTRICE
E la stidda ?

SALVATORE DI GIACOMO
Non lo so che cosa significa la " stidda"

MILENA GABANELLI IN STUDIO
La mafia di Gela si chiama Stidda, ma i mafiosi hanno sempre detto che la mafia non esiste, C'è un sindaco che rischia la pelle, perché c'è sempre qualcuno che non ha paura, ma sono in pochi. Lo Stato dice che bisogna aiutare il Sud, ma nel Sud c'è anche la Sicilia, e come si fa ad investire in una regione dove i taglieggiati sono il 70%. Come abbiamo visto ogni città di provincia ha la sua storia e il suo boss, poi c'è Palermo. Il simbolo della lotta contro il pizzo era Libero Grassi. Oggi se vuoi lavorare, come vedremo, devi avere la scorta.

LIBERO GRASSI: "Da sessantanni vivo a Palermo. E' una città difficile dove chi vuole emergere deve fare i conti con un'atmosfera di violenza diffusa. Mi dispiace per gli altri amici imprenditori che pagano e stanno zitti, io voglio reagire".

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Nell'azienda di Libero Grassi, ora c'è il figlio Davide e questi locali sono stati sequestrati alla mafia.

DAVIDE GRASSI - imprenditore
La particolarità di mio padre era che pur essendo nato e cresciuto in Sicilia aveva l'ambizione a vivere in modo europeo. In questo stile di vita ovviamente non può essere compreso pagare una protezione.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Il 10 gennaio 1991, l'imprenditore Libero Grassi pubblica sul Giornale di Sicilia questa lettera: " Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere".

DAVIDE GRASSI - imprenditore
Mio padre quello che rifiutava sostanzialmente era quello che giornalisticamente si definisce sistema politica-mafia-amministrazione. Riteneva ingiusto dover assumere falsi invalidi. Si opponeva appunto al sistema al di la dal fatto che lui ne subisse finanziariamente le conseguenze. Dopo la morte di io padre innanzitutto va ricordato che Palermo visse una primavera terribile per le stragi. Io ho sempre ritenuto che la mobilitazione popolare legata a quelli stragi fosse più una ribellione all'orrore che una ribellione alla mafia. E infatti da un punto di vista dell'economia e della società tutto prosegue com'era prima.

AUTRICE
Quanta solidarietà lei e la sua famiglia avete ricevuto?

DAVIDE GRASSI - imprenditore
C'è stata molto palpabile, in tutta Italia, anche fuori d'Italia. Se c'è un posto dove è stata meno palpabile quella è la nostra città.

AUTRICE
Palermo?

DAVIDE GRASSI - imprenditore
La Sigma novo ha aperto dopo molti anni dalla chiusura della vecchia. Ed ha aperto esclusivamente perché una legge dello Stato ci ha risarcito del danno che avevamo subito.

AUTRICE
Quella dell'antiracket?

DAVIDE GRASSI - imprenditore
Non ci sarebbero state altre risorse per poterlo fare.

AUTRICE
Come va la sua attività economica adesso?

DAVIDE GRASSI - imprenditore
Diciamo che va così così. Purtroppo il nostro Paese e ancora di più il Sud non è più organizzato per produrre merci ma solo per intermediarle. Soprattutto è difficile per quelle aziende che per una coscienza dell'imprenditore e anche perché sono state costruite con dei soldi pubblici rigorosamente si attengono alle leggi.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Sono gli anni della mattanza, scende in campo l'esercito. In Sicilia cosa nostra falcia non solo magistrati e uomini delle forze dell'ordine ma anche il cittadino che dice no. Commercianti e imprenditori taglieggiati che hanno il coraggio di denunciare si armano o chiedono la protezione dello Stato. E scene come queste diventano consuete dappertutto.

ENZO LO SICCO - imprenditore
Io ricordo una frase che ho letto qua dietro di Libero Grassi che diceva che lui attraverso la sua storia, la sua denuncia fece arrestare otto o dieci persone. Se altri dieci, venti farebbero come me, ottanta - cento mafiosi sarebbero in galera. Ebbene io ne ho fatti arrestare 28. Se altri 10 o 20 farebbero come me che svolta avrebbe questa città.

AUTRICE
In quell'intervista, era il 1997, lei aveva da poco denunciati i suoi estortori, la famiglia Graviano, autrice delle stragi.

ENZO LO SICCO - imprenditore
Mentre in quell'intervista veniva fuori in me quella grande voglia di non lasciare mai la città, di non abbandonare, di non gettare la spugna, e invece non è andata così. Non è andata, ho vinto la battaglia contro questi signori al processo, sono stati tutti condannati ma ho perso la guerra. E ho perso la guerra perché noi siamo stati costretti ad andare via perché finito il processo, spenti i riflettori è venuta meno l'attenzione. Si restava soli con la vita blindata, quella vita blindata che lei ha visto e conosciuto quando era giù con me. Non puoi lavorare, non riesci a lavorare perché il mio lavoro non puoi farlo con la scorta, con la polizia davanti a un cantiere.

AUTRICE
E quindi lei cosa ha fatto, ha lasciato la Sicilia e si è trasferito al Nord..

ENZO LO SICCO - imprenditore
Ho lasciato la Sicilia, mi sono trasferito al Nord e ho ripreso la mia attività. Ho ripreso la mia attività anche grazie ai fondi della legge antiracket che mi ha permesso di poter ricominciare. Io adesso vivo fuori con la famiglia da anni. I signori sono tutti giù. Chi è fuori per un motivo, chi perché ha scontato la pena, chi perché ha patteggiato, quindi veda un po' lei se io ho vinto o perso.

AUTRICE
Che cosa ha perduto?

ENZO LO SICCO - imprenditore
Ho perduto tutto quello che avevo costruito, tutta la mia attività è tutta lì abbandonata. Quelli che erano i nostri immobili sono rimasti là invenduti e quasi per la totalità inutilizzati, perché nessuno compra da chi ha denunziato la mafia, e chi si mette a rischio? Se lei pensa che attraverso la denunzia, cioè io cercavo di recuperare gli immobili che mi sono stati estorti, avendo iniziato l'iter processuale nel '97 siamo nel 2004 ancora questo processo non va alla fine.

AUTRICE
Quindi lei non li ha recuperati?

ENZO LO SICCO - imprenditore
No, non ho recuperato nulla e questo non fa altro che aumentare quella sensazione di sconfitta.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Le inchieste giudiziarie indicano che mai come ora la mafia fa affari, prende appalti, riscuote tangenti e controlla il territorio in modo capillare. Oggi a Palermo secondo la Procura, l'80 per cento tra commercianti e imprenditori paga il pizzo. E l'Eurispes dice che la mafia con le estorsioni guadagna 10 milioni di euro l'anno.

AUTRICE
Lei si ricorda il giorno in cui si trovò faccia a faccia con uno dei Graviano?

ENZO LO SICCO - imprenditore
Come no, mi ricordo si quando la prima richiesta è stata quella mediata da un suo degno braccio destro all'incontro, un incontro che avevo chiesto il permesso di costruire in quella zona, mentre mi si da l'incontro questo signore lo conosco e ha avuto l'arroganza di chiedere il 50% dei miei utili.

AUTRICE
E lei pagò in un primo momento?

ENZO LO SICCO - imprenditore
Certo io ho pagato e questo è quel grosso errore che purtroppo io ho pagato perché questa era la regola: non potevi non pagare se volevi lavorare. Fino ha quando ho deciso, fino a quando ho deciso, eravamo a Firenze e ho visto in Via dei Georgofili quella lapide che c'è in memoria delle stragi. E lì ero con i miei figli e ho detto ai miei figli che quello lì era anche colpa mia, perché loro con i miei soldi, con i nostri soldi con il mio lavoro hanno fatto quello che hanno fatto. Con la potenza economica che avevano era data da noi imprenditori che pagavamo con l'alibi della paura. Quando li ho denunziati io non ho avuto più paura.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Quartiere San Lorenzo, Palermo: il piccolo Claudio Domino è stato ucciso qui, forse perché solo un testimone involontario ma scomodo. Era il 7 ottobre 1986, la Ignazio Florio era la sua scuola.

AUTRICE
Cosa è cambiato da allora preside?

ANGELA PERRICONE - preside scuola Ignazio Florio Palermo
Sicuramente non abbiamo più morti ammazzati ma il clima è più di collusione, di omertà, di silenzi. Questo è un quartiere si caratterizza molto per il silenzio e per la possibilità del nascondimento e infatti, proprio per l'atteggiamento di tutti è possibile non far notare i propri movimenti.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Questo rimane uno dei quartieri più controllati da Cosa Nostra. Il capo del mandamento è Salvatore Lo Piccolo, il latitante n.2 dopo Bernardo Provenzano. Lo Piccolo è detto il ministro degli esteri della mafia perché mantiene le relazioni internazionali per l'antistato.

AUTRICE
A lei che cosa è successo?

ANGELA PERRICONE - preside scuola Ignazio Florio Palermo
Ho avuto bruciata l'automobile sotto casa, proprio perché con determinazione ho portato avanti un progetto di riconoscimento della cittadinanza di tutti e non di alcuni in quartiere appunto dove di istituzioni operanti ci sono soltanto la scuola e la parrocchia, chiaramente ho dato fastidio. Qui il privilegio è la regola della convivenza. La mafia da' le regole alla convivenza lo Stato no, deve semplicemente rispondere al bisogno di privilegio.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Esiste il sentire mafioso? Se lo è chiesto l'università di Palermo che ha condotto un'attività di formazione con 160 adolescenti con 9 scuole rappresentative della città, compresa la Ignazio Florio.

FRANCO DI MARIA - ordinario psicologia università Palermo
Alcuni atteggiamenti collusivi nei confronti del sentire mafioso, della cultura mafiosa sono ancora molto presenti nei preadolescenti. Abbiamo sentito che Falcone, Borsellino sono stati degli eroi inutili. Questo ha provocato scandalo, ma io ritengo che non ci sia alcun motivo di scandalizzarsi proprio perché è vero quanto nella cultura siciliana è profondamente vero. E cioè il cattivo noto nuovo a venire e che talvolta può essere molto più utile farsi i fatti proprio piuttosto che immischiarsi in vicende tanto più grandi. Dichiarazioni del tipo che tutto sommato la mafia non è una cattiva cosa, perché la mafia organizza il lavoro, riesce a garantire una serie di opportunità che le istituzioni non riescono a garantire. Il che per larghi versi è pure vero nella nostra realtà siciliana.

AUTRICE
Quando entra la telecamera in questa scuola, oppure una macchina fotografica, sono tutte disponibili le famiglie?

ANGELA PERRICONE - preside scuola Ignazio Florio Palermo
E no, ci siamo ritrovati ad avere grandi reazioni da parte dei genitori che non volevano che l'immagine del proprio figlio venisse inserita negli annali della scuola. Questa è una cosa estremamente grave.

AUTRICE
Possono essere famiglie mafiose?

ANGELA PERRICONE - preside scuola Ignazio Florio Palermo
O mafiose o sicuramente famiglie che hanno dei legami e che comunque temono che l'attenzione possa portare ad altre reazioni. E' chiaro che c'è qualcosa che non va.

Da "Cose di Cosa Nostra" di Giovanni Falcone 1991:
"Con quali strumenti affrontiamo oggi la mafia? In un modo tipicamente italiano, attraverso una proliferazione incontrollata di leggi ispirate alla logica dell'emergenza. Ma non appena la situazione rientra in un'apparente normalità tutto cade nel dimenticatoio e si torna ad abbassare la guardia. Le leggi non servono se non sono sorrette da una forte e precisa volontà politica".

Repertorio
Ecco la stanza del giudice istruttore Guarnotta palermitano 44 anni. E' il magistrato che qualche settimana fa è andato in Canada con gli uomini della Criminalpol per cercare di scoprire dove Ciancimino aveva depositato i soldi e in che modo aveva costituito società immobiliari e commerciali violando le norme valutarie.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Leonardo Guarnotta è il presidente del collegio giudicante che ha condannato a nove anni di carcere il senatore Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

LEONARDO GUARNOTTA - presidente tribunale Termini Imerese
Questa è l'unica foto che ci vede tutti assieme i componenti del primo pool che è stato istituito nel 1084, sì il primo pool antimafia a Palermo.

AUTRICE
Lei ha conservato l'agenda con tutti gli appunti autografi di Borsellino, Falcone…

LEONARDO GUARNOTTA - presidente tribunale Termini Imerese
Questa è una delle agende, una delle tante che io ho conservato come reliquie perché in esse è contenuto tutto il nostro lavoro svolto in quegli anni. Questo è catturato, questo è stato preso, e quindi l'interrogatorio perché era prima latitante e poi detenuto, mandato di cattura e girono dell'interrogatorio. Si è passati da un periodo di emergenza. Ora forse c'è il pericolo che si cada nel sillogismo opposto, cioè che la mafia non esiste più, invece non è vero, la mafia si è inabissata, non è che la mafia ora è buona o è meno pericolosa perché non uccide più. Non c'è una mafia buona e una cattiva, c'è una mafia che fa i propri affari. La mafia è un antistato nello Stato, è chiaro che la mafia non ha abbassato la guardia, contrariamente a come fa lo Stato certe volte, c'è stata una normalizzazione che non è normalità. Certo io mi rendo conto che è difficile per i cittadini vivere come hanno fatto tanti anni fa con i militari per le strade, ma una cosa è la normalità una cosa è la normalizzazione.

GIUSEPPE DI LELLO - magistrato ex pool Falcone
La mafia non spara più ma è forte per lo meno quanto prima, nel senso che secondo me c'è un patto molto esplicito tra la politica e la mafia per cui i mafiosi arrestati, i detenuti ormai non hanno più niente da sperare, quelli che sono fuori continuano invece a fare i loro affari sempre più radicati nelle istituzioni.

AUTRICE
In che cosa consisteva il metodo Falcone?

GIUSEPPE DI LELLO - magistrato ex pool Falcone
Tutto ciò che Falcone sapeva lo diceva agli altri. I verbali venivano fatti leggere sia ai componenti del pool sia ovviamente ai pubblici ministeri ma anche ai reparti investigativi della polizia e dei carabinieri. L'azione di Falcone era innanzitutto indagine patrimoniale e bancaria con un raccordo molto forte, e questo era un metodo nuovo, con molte altre polizie e uffici giudiziari europei ed extra europei, e non a caso i cugini Salvo erano una potenza economica e questa potenza economica l'avevano posta al servizio di una corrente della democrazia cristiana, la corrente ovviamente andreottiana - limiana. I cugini Salvo, lo stesso Ciancimino e altri vennero arrestati.

LEONARDO GUARNOTTA - presidente tribunale Termini Imerese
E' successo che molti sono saliti sui carri funebri di Paolo e Giovanni.Nel caso specifico di Giovanni Falcone credo che lui si sia sentito solo quando sembrava che il nostro lavoro avesse dato disturbo a qualcuno

AUTRICE
A chi ?

LEONARDO GUARNOTTA - presidente tribunale Termini Imerese
E questo io non lo so. Certo a qualcuno che era più in alto di noi, altrimenti Giovanni non sarebbe andato mai a Roma, se avesse potuto continuare il suo lavoro a Palermo. L'unica cosa che mi ricordo di aver detto a Giovanni è questa, nel periodo in cui era stato nominato Consigliere Istruttore, era riuscito a diventare anche alto Commissario e poi a diventare Direttore della Direzione Nazionale dell' anti -mafia; gli dissi: Giovanni non ti illudere, tu nel Palazzo di Giustizia ha amicizie che si contano su una mano e forse sono troppe Le continue bocciature di Giovanni Falcone in relazione ai posti per i quali aveva fatto domanda bruciano ancora. Ritengo, a distanza di tanti anni, che si sia persa un'occasione più unica che rara di poter continuare un certo lavoro, in un certo modo poi l'esperienza del pool antimafia è refluita in quella che poi sarebbe stata la direzione distrettuale della antimafia.

AUTRICE
Però c' è il limite degli 8 anni , cioè dopo otto anni un magistrato non può continuare ad occuparsi di mafia, così non c'è il rischio d perdere la memoria storica?

LEONARDO GUARNOTTA - presidente tribunale Termini Imerese
Che si perda la memoria storica su questo punto non c' è dubbio; le faccio l'esempio del collega Anatoli da poco uscito dalla direzione antimafia e ha lavorato con noi e quindi ha memoria storica che pochi altri possono vantare, forse nessuno

GIOACCHINO NATOLI - sostituto procuratore Repubblica Palermo
Per fare un esempio, è come se Cosa Nostra avesse espulso dal proprio seno Bernado Provenzano 35 anni fa perché aveva compiuto un periodo massimo di permanenza nella specializzazione criminale di cui è protagonista. Fatto che contrasta in maniera netta e decisa con quella che era la filosofia che Falcone aveva posto invece alla base di questo meccanismo di contrasto che lo Stato doveva porre in essere.

AUTRICE
Lei da poco ha ultimato i suoi 8 anni alla direzione distruttale antimafia, quindi non potrà più occuparsi di mafia , che cosa farà?

ANTONIO INGROIA - sostituto procuratore Repubblica Palermo
Beh credo non costituisca un problema per me, il problema principale è che in questo modo la memoria che è un dato importante, la mafia ha una lunga memoria, l'antimafia meno, la mafia si organizza, l'antimafia meno, significa che la lotta continua ad essere, come Paolo Borsellino diceva, una lotta impari una mafia che come chiodo fisso l'accumulazione illecita, gli affari illeciti, gli interessi illeciti, uno Stato che si ricorda della lotta contro la mafia soltanto quando ci sono i morti per strada.

AUTRICE
Che cosa non è stato mantenuto del metodo Falcone ad oggi ?

GIOACCHINO NATOLI - sostituto procuratore Repubblica Palermo
Lo scambio totale e a tutto campo delle informazioni, delle notizie, delle intuizioni,che ciascuno dei magistrati che si interessano di indagini antimafia doveva e deve fare con tutti coloro che insieme a lui stanno svolgendo le indagini.

AUTRICE
La nuova Riforma dell'Ordinamento Giudiziario inciderà nel contrasto alla criminalità mafiosa?

GIOACCHINO NATOLI - sostituto procuratore Repubblica Palermo
Purtroppo penso proprio di si non fosse altro perché il nuovo Ordinamento giudiziario richiederà una sottrazione cospicua di tempo alle indagini e al lavoro giudiziario, per lo studio, per la partecipazione ai concorsi, per la stessa progressione economica nella vita del magistrato. Si sente dire in questi tempi che se questa riforma fosse stata in vigore ai tempi di Falcone e Borsellino, entrambi avrebbero visto riconosciuta la loro professionalità.
Io ritengo che questa affermazione sia inesatta perché Falcone ad esempio non avrebbe potuto aspirare a quel posto di Procuratore Nazionale antimafia che già allora non gli venne riconosciuto.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Il capo dello Stato non firma la nuova riforma dell'ordinamento giudiziario e la rinvia alle Camere. Due mafiosi di rango in vacanza, Pino Lipari e Salvatore Miceli, discutono come riorganizzare cosa nostra dopo gli arresti delle stragi. Sono intercettati dalla forze dell'ordine e parlano del giocattolo che si è rotto.

Mafioso 1
Il giocattolo si è rotto.

Mafioso 2
Rimettiamo sto giocattolo au drittu. Che succede se io, dice non ricevo dal carcere le indicazioni di farlo... perché significa che io devo andare contro di loro.

Mafioso 1
Che successe?

Mafioso 2
Contro Totuccio...
Certo!
Riina...
Certo!
Contro Bagarella!
Certo!

Repertorio TOTO' RIINA dal carcere
Io dico che un Governo vale l'altro i governi sono gli stessi. C'è solo uno strumento politico del Signor Violanti… c'è sempre il partito sono i comunisti che portano avanti queste cose, il signor Violante, il Signor Caselli da Palermo, cioè tutta una combriccola, c'è il signor Arlacchi che scrive, che cosa scrive il Signor Arlacchi, tutte cose comuniste me lo lasci dire. Io sono stato isolato 16-17 mesi da tutto e da tutti; ogni tanto mi si attacca una televisione e poi si sta 7-8 mesi senza perché mi debbo pentire, io non ho niente da pentire, è inutile che mi trattano così, io non ho niente da pentire, se avessi cose da pentirmi me ne pentirei; il pentito non l'ho fatto perché non ho niente da pentire; latitante io lavoravo, mi campavo la famiglia, ho una moglie, quattro figli, ho 4 gioielli di figli.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Esplode così Toto Riina il 25 aprile 94 nell'aula di Reggio Calabria perché mal sopporta il 41 bis ovvero il regime del carcere duro per i mafiosi, già quando era duro perché soltanto due anni fa le procure di Palermo e Reggio Calabria scoprono che il più grande traffico di droga degli ultimi 15 anni parte proprio da una cella del 41 bis di un super carcere italiano.
Protagonista un mafioso di rango del trapanese, pluriergastolano, Mariano Agate, detto il "signor del male".
La rivelazione arriva dalle intercettazioni ambientali durante l'ora dei colloqui; per fare uscire gli ordini si serve del figlio Epifanio laureato in legge alla Luiss e gli confida:"Ho seguito i lavori parlamentari sul 41 bis, digli a quell'avvocato che papà è contento."

ANTONIO INGROIA - sostituto procuratore Repubblica Palermo
Oggi rispetto al periodo successivo alle stragi, abbiamo meno uomini per le indagini, meno uomini per la cattura dei latitanti, l'efficienza del sistema carcerario è peggiorato, i mafiosi tornano a dirigere i traffici illeciti dall'interno del carcere, in più la legislazione processuale non è più la stessa,diventa più difficile svolgere le indagini, acquisire le prove, avere le condanne dei mafiosi, i mafiosi nel frattempo vengono scarcerati per decorrenza dei termini e tornano sul territorio, mentre noi abbiamo difficoltà addirittura a spostarci sul territorio; si pensi che c'è stato un forte taglio nel bilancio delle spese del Ministero della Giustizia, del Ministero degli interni, è stata dimezzata la potenzialità di uomini e di mezzi della Direzione investigativa antimafia, sono diminuiti i soldi impiegati per straordinari delle Forze dell'ordine, gli uomini delle scorte, addirittura vengono a marcare i fondi per la benzina, il carburante per le auto blindate, talvolta ci troviamo costretti a camminare a piedi o quasi , come dire uno Stato un po' più disarmato, una mafia molto meglio organizzata.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
La Sicilia di oggi è anche questa. Molti boss sono in libertà, molti imprenditori se ne vanno, e quelli che restano o usano la scorta o pagano pegno. Il libero mercato non c'è. I magistrati hanno delle difficoltà e la nuova riforma del sistema giudiziario non prevede in nessun punto strumenti che possano agevolare i processi di mafia. La mafia ringrazia.

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