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Puntata del 14/05/2006

GLI AFFOSSATORI

In onda Domenica 14 Maggio alle 21.30

di - Economia

GLI AFFOSSATORI

Argomenti: Economia
Autori: Stefania Rimini
Stagioni: 2006


AUTRICE
Che cos’è, che si chiama come il cane a tre teste guardiano dell’inferno, che fattura più della Coca Cola e di Mc Donald’s e del suo fondatore esiste solo questa foto dei tempi della laurea?
è Cerberus, un fondo privato d’investimenti di New York che acquista imprese mezze morte e poi le rivende sane. O almeno l’obiettivo è quello, come quando tempo fa ha acquistato la Maul Technology, una piccola azienda di Albissola Marina, provincia di Savona.

AUTRICE
Ma lei questi della Cerberus che avrebbero dovuto salvarvi, li ha mai visti?

CESARE BOLLANI - ex dirigente Maul Technology
Mai visti mai sentiti.

AUTRICE
Questa vi arriva un mese dopo che siete stati acquistati da loro?
E che vi dicono?

CESARE BOLLANI - ex dirigente Maul Technology
Ci dicono, dopo aver rivisto l’operazione europea, “è stato deciso di ristrutturare chiudendo l’ufficio italiano e l’ufficio di Singapore e quindi... ringraziamo per il lavoro svolto in questo precedente periodo e salutiamo... insomma”.

AUTRICE
è la banca rotta per la per la piccola azienda di Albissola. Tra stipendi e arretrati il signor Bollani si ritrova creditore di 204 milioni di lire, ma farseli dare dai nuovi proprietari della Cerberus diventa un lavoro infernale.
Qualcuno al centralino avrà risposto?

CESARE BOLLANI - ex dirigente Maul Technology
Ah si, cercavo questa persona che le aveva scritto questa lettera il sig. Pettersen però non era mai disponibile.

AUTRICE
Alla fine ha ricevuto 2500 euro al posto di 200 milioni di lire.
Lei adesso che probabilità ha di recuperare il suo credito?

CESARE BOLLANI - ex dirigente Maul Technology
Ormai nessuna.

AUTRICE
Allora perché ci ha chiamato, visto che non ne ha nessun beneficio?

CESARE BOLLANI - ex dirigente Maul Technology
Ho visto sul giornale che la Cerberus sta facendo una fusione con l De Benedetti per fare una di ditta salvataggio aziende quindi la cosa mi ha preoccupato.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Il nuovo business in Italia è il private equity, che vuol dire investire dei capitali nelle aziende in crisi, risanarle e poi rivenderle. Ma non va sempre va così, e proprio l’ingegner De Benedetti se si vuole mettere con Cerberus può ripensare a quello che sta succedendo alla sua Olivetti.
Tutti i governi quando si insediano si proclamano liberali; gli economisti, la commissione europea, l’antitrust, dicono che bisogna introdurre la sana concorrenza. Lo stato ci mette del suo con gli ammortizzatori sociali e con l’erogazione di contributi a chi promette di salvare aziende e posti di lavoro. Poi succede che non si salvi né l’uno né l’altro. C’è qualcosa di storto, e gli esempi sparsi in tutto il paese sono tanti, dall’Olivetti all’ex Italtel. La nostra Stefania Rimini comincia dal Piemonte.

ALBERTO MANCINO - segretario UILM Canavese
Questo sostanzialmente è un pezzo di magazzino
In quella zona li c’era l’imballo che era il posto dove dovevano partire i prodotti i prodotti fini ti gli ultimi residui delle attività.
Sostanzialmente quella che era una società con 600, 700 dipendenti, nel giro di pochissimo tempo, per la precisione a Ottobre del 2004, questa azienda è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Ivrea.

Tutto questo nel giro di tre anni, quattro anni neanche, con parecchi avvicendamenti da un punto di vista imprenditoriale.
C’era qui sulla destra tutta la direzione, sia una parte del personale che una parte del management.
Addirittura i divisori dei servizi igienici sono stati venduti dal curatore fallimentare,
credo che sia abbastanza allucinante.

SIGNORA DI IVREA
Io nata ad di Ivrea, ho visto nascere l’Olivetti e l’ho vista morire.
E rimpiango le strade piene, dove alle sette c’erano già le strade strapiene di gente, una confusione enorme di macchine di gente, che andava sul marciapiede frettolosa a lavorare e adesso sono semideserte queste strade.

AUTRICE
L’Olivetti viene ceduta alla Finmek, come l’Italtel nel casertano. Industrie elettroniche italiane che erano sinonimo di buoni prodotti e buoni stipendi. Dopo la cessione non c’è più né l’uno né l’altro.

LAVORATORE FinmekSMCV
Qui in effetti a S.Maria, c’era un centro di riparazione piastre, dove vengono da tutte le centrali della Telecom.
Delle piastre per farsele preparare

AUTRICE
Dopo che è andata via l’Italtel chi è arrivato?

LAVORATORE FinmekSMCV
Purtroppo è arrivata la Finmek. La cosa importante che appena hanno fatto questa cessione di ramo d’azienda L’Italtel si era impegnata a dare il lavoro 3 anni più 3 anni. Invece neanche dopo 1 mese io ho già visto, verificato, che c’era un dirottamento di questi pezzi, invece di farli venire qui a S.Maria li mandavano in altri posti.

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Vede, lo stabilimento di S.Maria, Capo Vetere era nato dall’Italtel per costruire il telefono che tutti abbiamo in casa, il famoso telefono Sirio. Eccolo lì. Questo è un cordless, Aladino.

AUTRICE
Questo dove lo facevano, Aladino?

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Sempre a S.Maria Capo Vetere

AUTRICE
Cioè lo facevano proprio li?

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Si, si.

AUTRICE
Il gruppo Finmek si è comprato non solo l’ex Olivetti e l’ex Italtel, ma anche Magneti Marelli. Ad un certo punto buona parte dell’elettronica italiana è in mano alla Finmek

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Questo è Alice, è il modem per l’ADSl, che veniva prodotto a S.Maria Capo Vetere e a Ronchi dei Legionari.
Ne sono stati prodotti 1 milione di pezzi.

AUTRICE
E dove lo fanno, da un’altra parte.

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Adesso lo fanno gli altri, i nostri concorrenti.

AUTRICE
Tutti prodotti che adesso costruiscono i cinesi e alcune società europee, perché noi italiani in questo stato di dissesto siamo usciti dal business.

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Vari tipi diversi di decoder.
Anche questo un milione di pezzi.

AUTRICE
E dove veniva fatto?

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Questo veniva fatto a Ronchi dei Legionari e a S.Maria Capo Vetere.

AUTRICE
Questo è un videotelefono?

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Si questo è un videotelefono.

AUTRICE
E dove veniva fatto?

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Lo avremmo fatto, noi siamo arrivati solo al prototipo, ma lo avremmo prodotto a S.Maria Capo Vetere.
Questo è il contatore dell’Enel, che si produce a Pagani.

AUTRICE
Ah si è vero, è un contatore elettronico, Pagani?

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Si, il più grande produttore al mondo di contatori elettronici.

AUTRICE
A vedere tutti questi prodotti è evidente che le capacità per produrre c’erano e ci sono nel gruppo Finmek, che invece sta lottando in amministrazione straordinaria per salvarsi e per non mettere 3000 famiglie sulla strada.
Ma lei ha tutti questi prodotti? Come mai.

GIUSEPPE BIESUZ – Direttore Generale Finmek
Perché sto cercando di convincere la gente a comprare questo gruppo, ha capito perché?
Se non lo distruggevano finanziariamente...

AUTRICE
Se non la distruggevano?
Poteva essere... altro che cassa integrazione.
Ma come si fa a distruggere un’industria così? Chi l’ha distrutta finanziariamente? Il meccanismo è complicato e cerchiamo di spiegarlo attraverso una serie di casi, poi ritorneremo alla Finmek, perché c’è anche Aversa, dove era considerata una fortuna essere assunti alla Texas Instruments. Messa così da gennaio 2003.

LAVORATORE EX TEXAS INSTRUMENTS -Figlio
Praticamente noi ci occupavamo delle schede elettroniche che poi andavano nelle lavatrici.
Ci hanno detto dieci mila lettere di prodotti nuovi, che dovevano creare prodotti nuovi, cosa che non è mai avvenuta.

LAVORATRICE EX TEXAS INSTRUMENTS - Madre
E ci ho rimesso del mio per far lavorare a mio figlio, poi sono stata delusa, perché è da un anno che mio figlio sta in casa e a sopportarlo ed io preferirei che andasse a lavorare.
Questi giovani sono tutti in cassa integrazione i vecchi non possono andare più in pensione, chi va in pensione non può prendere la liquidazione perché si sono mangiati tutti i soldi, sia quelli vecchi della Texas sia quelli nuovi che hanno preso dallo Stato, non si capisce niente.

AUTRICE
Alcatel, Ericsson, Nokia, Siemens, Cisco, Motorola, Texas Instruments. Tutti i grandi nomi internazionali dell’elettronica che lavoravano in Italia nel momento della crisi se ne sono andati e questo ha prodotto la nascita del gruppo Finmek. Infatti, qual era il metodo dei grandi gruppi, per andarsene? Tipicamente cedendo un ramo d’azienda, con una dote di commesse garantite per un certo numero di anni e dei finanziamenti in denaro. Ad Aversa la Texas se ne va così, ed anche lo Stato ci mette dei soldi: 92 miliardi di lire per fare nuovi prodotti per sostentare 400 famiglie. Queste.
Siete tutti dipendenti Texas? Tutti in Cassa integrazione?

LAVORATRICE 1 - IXFIN EX TI
Sì, tutti in casa integrazione. A me personalmente mi hanno inguaiata in tutti i sensi, sono troppo vecchia per il lavoro e troppo giovane per la pensione.

LAVORATRICE 2 - IXFIN EX TI
Addirittura adesso ci devono dare la liquidazione e ce la danno in 12 mesi.

AUTRICE
I 92 miliardi di lire di contributi dovevano servire ai nuovi proprietari per portare qui nuovi prodotti.

Le nuove produzioni non sono mai arrivate?

LAVORATORE 3 -IXFIN EX TI
In effetti dei telefonini che andavano avanti indietro, delle schede, ma lavori di basso profilo.

AUTRICE
Quando se ne sono andati quelli della Texas li avete conosciuti i nuovi proprietari?

LAVORATORE 4 - IXFIN EX TI
Sì li abbiamo conosciuti perché si sono presentati, alcuni e l’amministratore delegato del Nord mi sembra si chiamava Zanzi.

AUTRICE
Massimo Zanzi, l’imprenditore del Nord Est nonché fondatore del gruppo Telit, rileva ai primi del ’99 l’eredità della Texas Instruments con dentro 370 operai senza missione produttiva. L’azienda cambia nome e diventa Uni Com, ma stranamente la prima cosa che succede è che lo stabilimento viene venduto e la Uni Com comincia a dissanguarsi per pagare ogni mese l’affitto. A chi? Questo è il bello.

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
I due proprietari si sono presentati ma poi si sono avvicendati subito perché dopo 4 mesi se ne sono andati dopo aver fatto un atto di compravendita in cui si vendeva lo stabilimento a se stessi. Questi due persone, uno vendeva lo stabilimento all’altro, ognuno di loro aveva la carica di presidente.

AUTRICE
Sia della società che comprava sia di quella che vendeva.

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
Esatto. Quindi dopo di che se ne sono andati.

AUTRICE
Però intanto pagavano l ‘affitto.

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
Dopodiché si è cominciato a pagare l’affitto. L’affitto era di 100 milioni al mese.

AUTRICE
Come risulta da questa visura, la Uni Com in quel periodo aveva come consigliere delegato e socio di minoranza un ex funzionario della Texas, Sergio Vicari, mentre presidente era l’onorevole Ilario Ferruccio Floresta di Forza Italia, noto per essersela presa con l’orecchino di Nichi Vendola.

ILARIO FERRUCCIO FLORESTA- Deputato Forza Italia
Precedentemente ha fatto delle dichiarazione di cui ho le cassette registrate dove diceva che sono colluso con la mafia, detto questo io credo che tutta questa storia abbastanza strumentale in funzione della causa che abbiamo in corso ma stia tranquillo Vendola, io non riesco a far male neanche ad una mosca.

AUTRICE
I signori Floresta e Vicari oltre ad essere presidente e amministratore delegato nella Uni.com, lo sono anche della Yorik, una società immobiliare con sede in via Castiglione 21 a Bologna presso lo studio Gnudi, che è il presidente dell’Enel.
L’11 maggio 1999, Sergio Vicari, in qualità di amministratore delegato della Uni.Com, cede alla Yorik, il cui presidente è Ilario Floresta, l’edificio che ospita lo stabilimento di Aversa.
Il giorno dopo, il 12 maggio, tutti e due, Floresta e Vicari, si dimettono dalle loro cariche nella Uni.Com e la società immobiliare di Bologna, che fa capo sempre a loro, comincia a percepire dalla Uni.Com un affitto di 1 miliardo di lire all’anno a partire dal 2000, come risulta dal bilancio.
L’azienda di Aversa rimane poi interamente di proprietà della Telital, del gruppo Telit di Massimo Zanzi.
E che fine fanno i contributi pubblici per aumentare l’occupazione?

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
In pratica noi abbiamo comprato tecnologie vecchie, obsolete ed inutili, per una cifra spaventosa di 23 miliardi e le abbiamo comprata guarda caso, proprio dalla stessa azienda dello stesso proprietario che è venuto ad Aversa.

AUTRICE
Che sarebbe?

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
La Telital di Massimo Zanzi.

AUTRICE
All’epoca?

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
All’epoca, si.

AUTRICE
Che tecnologie erano?

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
Dect.

AUTRICE
Il Dect era quel telefono di casa che il cliente poteva portarsi in giro per la città, con la tariffa urbana, quando i cellulari costavano un milione.
Siccome le infrastrutture del Dect le faceva l’Italtel, chiediamolo all’ex amministratore delegato, se la tecnologia Dect portata ad Aversa ad aprile ’99 era già obsoleta.
Agli inizi del 99 aveva ancora delle prospettive il Dect?

GIOVANNI BARBIERI – ex amministratore delegato ITALTEL
Ma, io credo che le prospettive siano decadute dopo il 1998.

AUTRICE
Le vere prospettive?

GIOVANNI BARBIERI – ex amministratore delegato ITALTEL
Le vere prospettive

AUTRICE
Le potenzialità economiche...

GIOVANNI BARBIERI – ex amministratore delegato ITALTEL
Le vere potenzialità di business.

AUTRICE
Allora, hanno ragione i lavoratori ad avercela con Massimo Zanzi o l’imprenditore era in buona fede?
Non resta che chiederlo al diretto interessato.

MASSIMO ZANZI (conversazione telefonica) – fondatore TELIT
Non amo comparire, però...la questione mi interessa però ho difficoltà a farvi da memoria.
Farvi vedere i documenti o rispondere a delle domande.

AUTRICE
Ci incontriamo a Mestre e il fondatore della Telit ci spiega che la cessione dello stabilimento al signor Vicari era una contropartita della rinuncia alla sua quota di minoranza.
Massimo Zanzi nega di essere a conoscenza che in seguito lo stabilimento pagava alla Yorik 100 milioni di lire al mese di affitto.
Ma almeno questi investimenti pagati con i soldi pubblici sono stati fatti?

GIANCARLO ATTENA - Ingegnere Uni.com Aversa
E poi questi grossi investimenti di 23 miliardi sono stati fatti, ma noi del centro di ricerche eravamo messi malissimo, i computer erano su dei tavolini tondi con le rotelle appoggiati così alla rinfusa.

AUTRICE
Fatto sta che a fine 2000 il gruppo Telit vende tutto al gruppo Finmek dell’imprenditore friulano Carlo Fulchir. Nel giro di un paio d’anni, Fulchir vende all’amico Massimo Pugliese, che vende all’ex dipendente Luigi Luppi, che vende a Luciano Faraon, che rivende a Massimo Pugliese. Ogni volta cambiando nome, da Uni.com a Ixtant, a 3L Trading, MCB, alla fine con il nome di Ixfin, trasferita da Aversa a Marcianise.
Cosa resta di quella che era la Texas Instruments e che doveva arrivare a 510 dipendenti?
180 lavoratori e un custode, ma per quanto?

CUSTODE IXFIN MARCIANISE
Diciamo lavora... no non lavora – non lavoriamo.

AUTRICE
E il terreno?
Siamo rimasti che era in possesso della Yorik, la società immobiliare che faceva capo all’onorevole di Forza Italia Ilario Floresta e a Sergio Vicari, e che oggi fa capo sempre a persone vicine a Forza Italia.
Li la terra costa molto?

FRANCESCO DEL FRANCO - consulente finanziario
Cavolo

AUTRICE
Tipo?

FRANCESCO DEL FRANCO - consulente finanziario
Eh...2000

AUTRICE
cosa?

FRANCESCO DEL FRANCO - consulente finanziario
200 euro

AUTRICE
2000 euro al metro quadro più o meno? E lo stabilimento quanto è grande?

FRANCESCO DEL FRANCO - consulente finanziario
60mila.

AUTRICE
Quindi stiamo parlando di un bel gruzzoletto?

FRANCESCO DEL FRANCO - consulente finanziario
Eccome no, lì il business è grosso.

AUTRICE
Recentemente è saltata fuori questa licenza edilizia concessa alla Yorik per costruire un complesso edilizio nell’area dello stabilimento della Texas.
Ricordiamo che questo sito aveva una dote di 92 miliardi di lire a fondo perduto e che sin dal 2000 abbiamo pagato diversi ammortizzatori sociali, per cui paghiamo due volte per non avere un’industria e per non avere sviluppo,e la Yorik ringrazia. E qui ci faranno probabilmente un centro commerciale.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Cosa abbiamo capito? che abbiamo ceduto ai grandi gruppi internazionali le gemme della nostra industria elettronica. Quando è arrivata un po’ di crisi , questi gruppi spostano la produzione nei paesi dove costa meno. E così ha fatto anche La Texas Instruments con le schede elettroniche per elettrodomestici. Ma non è che chiudono, cedono rami d’azienda, e chi subentra si prende un po’ di soldi dallo Stato che vuole mantenere l’occupazione. Dopodiché inizia un vorticoso giro di passaggi di mano, e oggi dove c’era lo stabilimento c’è una bella licenza edilizia. Tutti ci hanno guadagnato tranne i dipendenti. è stato incassato il contributo pubblico con la promessa di 510 occupati, invece la maggior parte sono finiti in cassa integrazione. E siamo solo all’inizio.
Eravamo rimasti ai salvatori, quelli che anche grazie ai nostri soldi dovrebbero creare occupazione e sviluppo là dove c’era un’azienda in crisi. è successo con una società del gruppo Olivetti, oggi definitivamente fallita. è successo con Italtel, e Texas Instruments, dove uno degli acquirenti era Sergio Vicari, e la Finmek. Di visura in visura troviamo le stesse persone là dove lo Stato ha interesse a creare sviluppo, per esempio in Sardegna, più precisamente ad Alghero.

AUTRICE
Questa volta la società si chiama Di.Com, transita sempre per via Castiglione 21 a Bologna, amministrata da Sergio Vicari, che doveva portare in Sardegna la sua tecnologia di videoproiettori senza fili e creare 35 posti di lavoro e per questo ha preso dei contributi.
Sentiamo se ad Alghero i rivenditori la conoscono.

VOCE FUORI CAMPO
Vendete prodotti Di. Com?

RIVENDITORE 1
No.

RIVENDITORE 2
Di.Com? Di.com, no. Io faccio Sharp, Thompson.

VOCE FUORI CAMPO
No Di.Com? Non l’ha mai sentita?

RIVENDITORE 2
Mai sentita.

VOCE FUORI CAMPO
Conosce una società che si chiama Di.com?

PASSANTE
No.

VOCE FUORI CAMPO
Non ha mai sentito in zona qualche prodotto con questo nome?

PASSANTE
No

VOCE FUORI CAMPO
Senta una cosa, ma in questa zona fra Sassari e Alghero è facile trovare lavoro?

PASSANTE
Direi assolutamente di no.
Anzi è molto difficile trovare lavoro
Sarebbe opportuno che lo Stato anzi si interessasse a finanziare queste società.
Se queste società sono serie e effettivamente poi creano posti di lavoro.

AUTRICE
Lo stato si era interessato e come, qui nella zona industriale di San Marco doveva sorgere il capannone della Di.Com, per questo la Di.Com aveva prenotato questo lotto dall’Asi, il consorzio per lo sviluppo industriale.
Grazie alla prenotazione del lotto la Di.Com riesce a vincere il bando della 488 del 2000 e si aggiudica 20 miliardi di lire dallo Stato attraverso i fondi europei.

GIUSEPPE MARONGIU – giornalista “Il Sardegna”
Cosa succede?
Che alle mie spalle non c’è neanche una vite, dunque il capannone non è stato per niente costruito e quei soldi sono finiti in brevetti, a quanto risulta dai bilanci, e niente altro. Era il 2000. Al 2004 l’ASI decide di riprendersi l’area e di levare la fideiussione alla Di.Com, cosicché con soli 25mila euro la Di.Com è riuscita a prendere 6 miliardi e passa dallo Stato.

AUTRICE
La Di.Com invece che installare il proprio capannone nella zona industriale, si insedia per un periodo a Villa Mosca, sul lungomare di Alghero.
Per stare qui paga alla società immobiliare Prato Verde Srl circa 180mila euro di affitto l’anno. Però fra le due società c’è un legame, perché la Prato Verde è posseduta interamente dalla Di.Com Finance BV con sede nei Paesi Bassi, mentre la Di.Com spa è posseduta per un periodo al 50% dalla stessa Di.Com Finance BV.

GIUSEPPE MARONGIU – giornalista “Il Sardegna”
Succede che la Prato Verde Srl affitta a 180 mila euro la villa alla Di.Com, ma dentro la Prato Verde Srl ci sta Simone Vicari, che è figlio di Sergio Vicari, attuale amministratore delegato, attuale amministratore delegato della Di.Com Spa di Alghero.

AUTRICE
E il videoproiettore che avrebbe dovuto creare sviluppo in Sardegna, dove viene prodotto?
Lo chiediamo a un rappresentante.

AL TELEFONO - Rappresentante prodotti Di.Com
Diciamo che viene costruito in Cina, per esser preciso.

AUTRICE
Si prendono contributi per creare sviluppo in Sardegna, siccome conviene si va a produrre in Cina e intanto si versano centinaia di migliaia di euro di affitto alla società di famiglia.
Funziona così o no?
Chi ce lo doveva spiegare era l’amministratore delegato, ma dopo un’iniziale dichiarazione di disponibilità, non ha più risposto al nostro invito.
Nella replica che ha scritto ai colleghi sardi, Vicari scrive che la produzione è rimandata, per le difficoltà dovute al fatto che un socio non è in grado di onorare gli impegni.
E chi è? La Finmek. E rieccoci qui, da dove siamo partiti.
E mentre il fondatore Carlo Fulchir siede nel consiglio d’amministrazione del Domenicale, la rivista di Dell’Utri, nella sede della Finmek a Padova i dipendenti si chiedono il perché di un crac che coinvolge 14 società.
Quindi le cose andavano bene?

LAVORATORE - Finmek Pd
Si, le cose andavano bene, anzi c’è stato un grande ampliamento negli anni migliori siamo arrivati a circa 9000 dipendenti in tutto il gruppo.

LAVORATORE - Finmek Pd
Le cose secondo me sono precipitate senza che nessuno, ne io e ne i miei colleghi se ne siamo accorti.
Ci siamo trovati dall’oggi a domani sui giornali, con cessione di ramo, la Guardia di Finanza, nei vari stabilimenti... ecco.

AUTRICE
Il gruppo Finmek comprava e vendeva, vendeva e comprava, preferibilmente in situazioni di crisi.

PIER LUIGI PISANO – Colonnello Polizia Tributaria Veneto
Sembrerebbe quasi, appunto, un marchio di fabbrica quello del gruppo Finmek, acquisire complessi aziendali in difficoltà, da rilanciarle.
La predisposizione di piani di bilancio industriale anche spesso ricorrendo e ottenendo finanziamenti pubblici.
Però la mancata realizzazione di questi piani di bilancio, tanto che dopo un paio di anni, in genere, questi complessi industriale vengono rivenduti, in un caso vengono addirittura rivenduti allo stesso soggetto che originariamente li aveva ceduti.

AUTRICE
Chi ricompra assiduamente dalla Finmek è il gruppo dell’imprenditore irpino Massimo Pugliese, amministratore delegato dell’Avellino Calcio, nonché, stando alle cronache, amico personale di Carlo Fulchir.
A lui Fulchir rivende le varie industrie elettroniche in Piemonte e in Friuli, in Abruzzo e in Campania. Cambia l’oggetto dell’operazione, ma la strategia e il risultato sono sempre gli stessi.

PIER LUIGI PISANO – Colonnello Polizia Tributaria Veneto
Acquisto società. Per acquistarle ho bisogno di contrarre dei debiti perché mi riprometto poi di ottenere degli utili da quella operazione, ma se quella operazione la chiudo prima che mi generi degli utili a me restano solo i debiti.

AUTRICE
E questo è successo diverse volte.

PIER LUIGI PISANO – Colonnello Polizia Tributaria Veneto
E' successo in diversi casi.
Vale a dire che non c’era un sostanziale ritorno economico nelle operazioni poste in essere dal gruppo

AUTRICE
Però intanto notiamo che ogni volta passano di mano un bel po’ di soldi sotto varie voci:

per consulenze, per rottura di patti di non concorrenza, per attività di pubbliche relazioni. Risulta dal rapporto fatto dai revisori per conto dell’amministrazione straordinaria del gruppo Finmek.

ANDREA DI STEFANO – giornalista “ Valori”
Un rapporto è esplosivo perché ricostruisce gli ultimi anni di vita del gruppo con queste 450 mila operazioni extra contabili, molte incomprensibili che gli stessi revisori fanno fatica a ricostruirne una razionalità e a capire per quali ragioni alcune società vengono comprate e vendute addirittura in un solo giorno anche due o tre volte

AUTRICE
E quindi i revisori hanno anche identificato delle società che compaiono spesso e che incassano soldi?

ANDREA DI STEFANO – giornalista “ Valori”
Be certo, nel flusso di danaro che non si sa bene dove va a finire del gruppo Finmek, compaiono alcune società Ad Line, Starvern, altre, tutte piccole società domiciliate all’estero, difficile ricostruire beneficiari reali. Queste società hanno poi in comune i conti correnti presso fiduciaria svizzera Cramer, e i versamenti che queste società ricevono dal gruppo Finmek appunto sono prevalentemente su questi conti correnti e ad un certo punto gli stessi revisori dicono che una di queste società fa capo alla moglie del signor Fulchir.

AUTRICE
Una di queste società è la F.Invest. La F.Invest, detenuta dalla famiglia Fulchir, incassa 500mila euro per attività di consulenza sull’operazione Magneti Marelli, una consulenza fatta a se stessi, dato che è sempre il gruppo di Fulchir che acquista la Magneti Marelli dalla Fiat . O meglio, la Fiat in crisi gliela dà da tenere per un po’, dato che i patti sono che non si può far niente senza il suo consenso. Appena può la Fiat si riprende il suo gioiellino, senza che la Finmek l’abbia risanata, come non ha risanato la Ixtant Ixfin di Avezzano in Abruzzo, un’altra fabbrica che Fulchir compra e rivende nel giro di breve al gruppo Pugliese.

NICOLA FRACASSI- Lavoratore Ixfin Avezzano
C’erano pochissime commesse,inizialmente, nel momento in cui è subentrato Fulchir c’erano pochissime commesse poi nell’ordine di pochissimo tempo il lavoro è scemato totalmente.

AUTRICE
Il lavoro e gli affari non ripartono neanche nella ex Olivetti di Scarmagno, altra azienda comprata fallita dalla Finmek, per poi portar lì il gruppo Pugliese che ha rivenduto tutto nel giro di breve all’ex dipendente Luigi Luppi.

NICOLA FRACASSI- Lavoratore Ixfin Avezzano
Dopo Pugliese, se non ricordi male nel 2004 subentra Luppi e la situazione è cambiata nel senso che non facevamo comunque niente ma almeno è coerente perché non ci pagava lo stipendio.

AUTRICE
A un certo punto tutte queste aziende in giro per l’Italia vanno in mano all’ingegner Luigi Luppi che le ribattezza Oli it, ma ormai siamo all’ultimo atto.

ALBERTO MANCINO- Uil Oli it
Questa vicenda è decisamente anomala, proprio perché nel momento dell’acquisizione dal fallimento della società, da parte di Fulchir, è stato strano che dopo neanche un anno ci sia stata una cessione di una parte dei lavoratori e soprattutto della parte produttiva. Se poi tutta questa partita è stata ulteriormente ceduta a Luppi e poi tutto fa la fine che ha fatto nel giro di pochi mesi, è chiaro che qualche ragionamento approfondito sarebbe interessante farlo.

IDELMA SONCIN- Lavoratrice Oli it Scarmagno
Vorremmo capire se veramente Luppi è stato soltanto una persona ingenua e aveva un piano industriale aveva voglia di fare l’industriale ma non c’è riuscito perché magari chi prima gli aveva promesso i soldi e poi l’ha fregato o se invece è venuto qua a chiudere una vicenda che doveva finire in questa maniera, peccato che questi giochi si fanno sulla pelle di famiglie.

ANTONELLA TARANTOLA- Lavoratrice Oli it Scarmagno
Non sembrava un imprenditore sembrava uno di noi. Peccato che poi nei mesi subito dopo l’arrivo ha iniziato a non pagarci gli stipendi, i soldi non erano più nelle casse dell’azienda e noi facevamo molta fatica a condurre il nostro lavoro.

MARIO STUMBO -Lavoratore Oli it Scarmagno
Adesso siamo in cassa integrazione e cerchiamo di sbarcare il lunario ancora per poco, perché la cassa integrazione fra poco finisce. Andremo in mobilità e saremo licenziati, non sappiamo che fine facciamo.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Chi è Luigi Luppi? È un ex dipendente dell’imprenditore irpino Massimo Pugliese, quello che comprava dalla Finmek e che poi rivendeva a Luppi tutte quelle società che abbiamo appena visto, inclusa l’olivetti personal computer. Luppi è accusato di aver fatto sparire dall’Olivetti su conti esteri, 1milione e 700 mila euro. Avrebbe un po’ di stipendi da pagare però è stato arrestato con l’accusa di bancarotta per distrazione e quindi non pagherà nulla, anche se i soldi per l’avv. Taormina ce li ha. Vittime di queste operazioni di compra e vendi sono però anche i risparmiatori, visto che la Finmek ha emesso un prestito obbligazionario di 150 milioni di euro che non è stato rimborsato. La procura di Padova ipotizza la bancarotta fraudolenta e l’aggiotaggio.

PIER LUIGI PISANO – Colonnello Polizia Tributaria Veneto
Nel 2001 il gruppo Finmek emette un prestito obbligazionario per 150 milioni di euro. La crisi continua e il gruppo non è più in grado di onorare questo debito che aveva contratto.

AUTRICE
Con chi l’aveva contratto?

PIER LUIGI PISANO – Colonnello Polizia Tributaria Veneto
Con il gruppo Comit Banca Intesa.

AUTRICE
C’è chi si è visto sparire i risparmi di una vita e ci si è ammalato. E aveva lavorato proprio alla Comit Banca Intesa per 30 anni il signor Bruno Sani di Milano, uno dei molti risparmiatori che ci sono andati di mezzo.

BRUNO SANI- Obbligazionista Finmek
Ci ho passato una vita a lavorare e a dar consigli ai clienti e credevo che i miei nuovi ex colleghi facessero altrettanto con me. Sono andato all’agenzia, all’addetto titoli che mi ha consigliato l’acquisto di questa obbligazione, la Finmek e ho detto sì, pigliamo queste, era un’offerta, erano obbligazioni in offerta e per questo ho impiegato una cifra forte.

AUTRICE
La brutta sorpresa è che alla scadenza i 150 mila euro che aveva investito non vengono rimborsati.

LAURA SANI- Obbligazionista Finmek
Banca Intesa tramite la sua finanziaria Caboto, era l’unica autorizzata a collocare il titolo e quindi anche in questo caso abbiamo un conflitto di interesse in quanto Banca Intesa non agiva solo come intermediario mio a mia tutela, ma aveva una duplice veste anche a tutela della Finmek.

AUTRICE
E di questo siete stati avvertiti?

LAURA SANI- Obbligazionista Finmek
No.

AUTRICE
Avete firmato una dichiarazione sul conflitto d’interessi?

LAURA SANI- Obbligazionista Finmek
No.

AUTRICE
Certo in questo caso un risparmiatore da fuori non aveva la minima possibilità di capire cosa stava succedendo alla Finmek. Ce lo conferma l’attuale direttore arrivato in azienda il 15 marzo del 2004 e che nel giro di due mesi si è preso paura e ha portato le carte in tribunale.

AUTRICE
Quanto era il debito?

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
L’indebitamento che avevamo verificato era superiore al miliardo di euro.

AUTRICE
Che però non compariva dalle carte?

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
No, dai documenti che io avevo avuto dal 15 marzo 2004 c’era una situazione d’indebitamento assolutamente gestibile e assolutamente non preoccupante.

AUTRICE
Cioè le carte dicevano una cosa e lei ne aveva trovata un’altra.

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Sì.

AUTRICE
Pare che il commissario abbia rilevato 300/400 mila operazioni straordinarie all’interno del bilancio, una cosa enorme, tutte da andare a verificare, alcune anche nello stesso giorno.

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Queste operazioni che però noi non abbiamo visto perché sono state fatte precedentemente, però oggi nel tessuto industriale del gruppo non si trova traccia.

AUTRICE
Ma possiamo cominciare a capire anche noi comuni mortali a cosa serve tutto quel comprare e vendere quote societarie? Abbiamo capito che tutto ruota intorno ad una parola strana: “perimetro di consolidamento”.

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Però il perimetro di consolidamento glielo spiego in italiano.

AUTRICE
Ma se me lo spiega nella sostanza?

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Sì ma non posso fare la figura del peracottaro.

AUTRICE
No ma lei me lo spieghi che lo capisca.

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Allora, succede che il perimetro di consolidamento non è altro che i bilanci delle società, che vengono consolidati in un unico bilancio. Se lei, una di queste società, che è quella nella quale è inserito tutto l’indebitamento, la mette fuori, lei si trova ad avere un bilancio bello e l’indebitamento su un’altra società.

AUTRICE
E tutto l’indebitamento accollato a quella lì che se lo ritrova...

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Quello che abbiamo verificato noi è che l’accollo del debito, in una società che era stata posta fuori da questo perimetro di consolidamento, siccome c’era un contratto nullo e simulato, ha fatto sì che questa società automaticamente ritornasse dentro e formasse il miliardo di debiti. Questa è la spiegazione tecnica.

AUTRICE
Il compra e vendi fa sì che i bilanci del gruppo sembrano buoni perché c’è una società “spazzatura” che si accolla tutti i debiti, ma allora, ci chiediamo, è possibile che Banca Intesa non sapesse come stava andando il gruppo Finmek nel 2001?

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Guardi io questo non lo so e non lo posso sapere, ma la situazione era così palese che era difficile non vederla.

AUTRICE
Non è che bastava farsi un giro negli stabilimenti per capire com’era la situazione?

AUTRICE
Nel 2001 voi eravate della Finmek?

GIANCARLO ATTENA- Ingegnere Uni.com Aversa
Nel 2001 sì.

AUTRICE
E avete sentito che la Finmek emetteva bond, un’obbligazione?

GIANCARLO ATTENA- Ingegnere Uni.com Aversa
Sì. Noi dobbiamo dire che proprio nel 2001 lo stabilimento era nel peggior stato di abbandono.

AUTRICE
E cosa vedevate?

GIANCARLO ATTENA- Ingegnere Uni.com Aversa
Eravamo molto scarichi come lavoro. Lo stabilimento ormai era semideserto. Sembrava un’area abbandonata, c’era anche spazzatura dappertutto.

AUTRICE
Sentiamo cosa ha da dire Banca intesa al riguardo

Telefonata Banca Intesa 1
Banca Intesa? Riusciamo a fare questa intervista o no?

BANCA INTESA
Non lo so assolutamente.

AUTRICE
Possiamo sentirci a breve?

BANCA INTESA
Sì Sì

AUTRICE
Il tempo passa e Banca Intesa non ci richiama, allora richiamiamo noi.

Tel Banca Intesa 2

BANCA INTESA
Avevate mandato un fax?

AUTRICE
Si con i dettagli...

BANCA INTESA
Ci stiamo lavorando.

AUTRICE
Quando riuscite a dirmi qualche cosa?

BANCA INTESA
Penso per la settimana prossima.

AUTRICE
Più sentito niente da Banca Intesa. Intanto gli obbligazionisti conciliano, se ci riescono, e recuperano al massimo il 60% dei loro risparmi, mentre le migliaia di lavoratori del gruppo, almeno 10 mila persone con l’indotto, sono in Cassa integrazione all’80% e tutti rischiano di perdere il posto.

LAVORATORE PADOVA FINMEK
710 euro, sì. Quindi siamo stati 3 mesi senza stipendio.

AUTRICE
Ci sono addirittura lavoratori del gruppo che stanno protestando fuori dalla fabbrica a turno, notte e giorno accampati in una tenda, dal 9 dicembre 2003.

AUTRICE
Voi qua tutti lavoratori Finmek?

LAVORATORE FINMEK SMC 2
La mattina ad un certo punto si è svegliato, si è fregato della nostra liquidazione, non ci ha dato più lavoro. C’hanno messo in cassa integrazione...

CARMINE MALINCONICO- Avvocato
Era stata prospettata a centinaia di lavoratori di essere stati messi regolarmente in cassa integrazione in assenza dei decreti autorizzativi ministeriali.
Qualcuno si è preso i soldi dei lavoratori, sia quelli degli incentivi, sia quelli della mancata cassa integrazione.

LAVORATRICE FINMEK SMC 2
Ci hanno portato bugie e pure agli operai li hanno venduti. Non posso dire niente perché io sono una pedina piccolina che vengo giostrata, ma non è giusto, perché noi siamo esseri umani come tutti.

AUTRICE
Voi che cosa sospettate a questo punto?

CARMINE MALINCONICO- Avvocato
Noi sospettiamo che il gruppo che ha acquistato quest’azienda dall’Italtel, che era un’azienda sana, aveva in mente fin dall’inizio di portare quest’azienda alla sua chiusura. Qualcuno che ha pensato di venire a prendere un po’ di contributi sapendo che il rilancio non ci sarebbe stato. Quando si chiede la cassa integrazione nel 2004, e non la si ottiene si sa già che i lavoratori messi fuori non rientreranno mai.

AUTRICE
Chi era in quel momento lì?

CARMINE MALINCONICO- Avvocato
La Finmek.

AUTRICE
Quindi nell’elettronica italiana oggi come oggi lavorano molto le procure invece dei lavoratori e la responsabilità di chi è?

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Non è mai colpa degli operai se l’azienda va male, la colpa è dei manager.

AUTRICE
In questo caso dell’elettronica, abbiamo visto che i manager sono stati molto attivi nel movimentare quote societarie tra le società del gruppo...

GIUSEPPE BIESUZ- Direttore generale Finmek
Hanno fatto molta finanza e poca industria. E niente industria.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Chi avrebbe fatto niente industria è il fondatore della Finmek, Carlo Fulchir. Perché ha acquisito aziende per salvarle, e invece sono finite male. Vorrebbe tanto parlare con noi e spiegarci quanto ci tiene al destino dei lavoratori, ma preferisce evitare perché ci sono le indagini in corso, e ci fa sapere che è in Cina, a fare il consulente per la ristrutturazione di aziende. Sappiamo che è una persona che godeva di grande credito. Nel 2000 faceva parte di una rosa di 5 esperti per l’innovazione in un comitato della Presidenza del Consiglio, ed era stato nominato da Massimo D’Alema.
Rimangono le migliaia di persone a spasso che sicuramente non hanno nessuna colpa. E qui cambiamo rotta per vedere come il nostro sistema tutela chi il lavoro non ce l’ha più: con la cassa integrazione.

ANDREA PININFARINA- Vice Presidente Confindustria
La cassa integrazione lascia il lavoratore vincolato a quel settore e a quell’azienda, con tutti i limiti che ciò può correre nel tempo perché non è detto quella azienda in quel settore non abbia veramente la necessità a lungo termine di quel tipo di professionalità che ce ne sia ancora bisogno. Non viene curato l’addestramento verso nuove professionalità e si rischia l’invecchiamento attraverso competenze e conoscenze che non sono più richieste in quel mercato e bloccato in un comparto che non ha possibilità di rigenerarsi. Costi comunque alti a livello sociale, perché l’Italia investe in ammortizzatori sociali, il problema è investire nel modo giusto, aumentando i tassi di flessibilità.

SIGNORE DISOCCUPATO
Io ho 4 figli, sono 15 anni che sono disoccupato e il collocamento non funziona. Le tasse le pago...

AUTRICE
Le tasse le paga?

SIGNORE DISOCCUPATO
E come non le paga, se non si pagassero le tasse...

AUTRICE
Sussidio di disoccupazione lei non lo prende?

SIGNORE DISOCCUPATO
Niente, è dall’89 che sono disoccupato e dice “ma lei come fa?” mi arrangio.

AUTRICE
Il mercato del lavoro italiano in questi 5 anni ha creato posti di lavoro, ma per il 90%, è aumentata l’occupazione precaria, con uno stock di lavoratori protetti e uno di lavoratori completamente non protetti.

FRANCESCO GIAVAZZI- Economista Università di Bocconi
La protezione degli iperprotetti, deriva dal ruolo dei giudici del lavoro delle cause di lavoro perché se io vengo mandato via da un’impresa e vado da un giudice del lavoro la probabilità che questo mi reintegri è molto alta. La Danimarca ha azzerato il ruolo dei giudici, per le imprese licenziano in 5 minuti.
Proprio perché le imprese danesi possono licenziare facilmente, possono assumere altrettanto facilmente, se io faccio un errore pensavo ci fossero più ordini invece non ci sono oppure pensavo che fosse un bravo lavoratore invece è uno scansafatiche lo mando via e il giorno dopo ne prendo un altro e quindi c’è molta nuova occupazione.

AUTRICE
E allora andiamoci in Danimarca per vedere se le cose funzionano meglio.

Questo lavoro come l’ha trovato?

SIGNOR VITO
Mi hanno portato quelli del Comune.

AUTRICE
L’agenzia di collocamento?

SIGNOR VITO
Ecco.

AUTRICE
Quanto prende di sussidio?

SIGNOR VITO
Io con mia moglie prendiamo circa 1000 euro ciascuno al mese.

AUTRICE
In Danimarca solo il 5% della popolazione è disoccupata e quel 5% è protetto da un sussidio che può arrivare fino al 90% dello stipendio e nel caso dura per 4 anni.
Un’altra differenza che si nota subito è che qui “collaborazione” è la parola chiave nei rapporti tra i datori di lavoro e i lavoratori.

HANS JENSEN- Presidente Confederazione Sindacale Danese
Scioperi selvaggi ce ne sono pochissimi, come principio c’è la pace durante la vigenza del contratto collettivo, quindi per 4 anni adesso c’è l’obbligo di pace e niente scioperi.

AUTRICE
Che succede se un’azienda ha un improvviso aumento degli ordini?

METTE ROSE SKAKSEN- Confindustria Danese
Succede che non ci pensa due volte ad assumere nuova forza lavoro, perchè sa che dopo li potrà licenziare.

AUTRICE
Che tipo di giustificazioni deve dare un impresa per licenziare?

JORN NEERGAARD LARSEN- Confederazione Danese Datori di Lavoro
Se un’azienda non ha più bisogno di un lavoratore, è del tutto legale che gli dica: “Non abbiamo più bisogno di te, quindi, ci dispiace ma devi dare le dimissioni entro due settimane o un mese”.

AUTRICE
E in una piccola impresa, se il titolare non va d’accordo con gli impiegati li può licenziare, oppure occorre la “giusta causa”?

JORN NEERGAARD LARSEN- Confederazione Danese Datori di Lavoro
è possibile licenziare quando il dipendente e il suo datore di lavoro non vanno d’accordo.

AUTRICE
Il risultato è che ogni anno un terzo della popolazione attiva cambia posto di lavoro. Ovviamente il collocamento è molto dinamico.

AUTRICE
Che tipo di lavoro sta cercando?

DISOCCUPATO SOMALO
Nei trasporti, sono autista di camion.

AUTRICE
Da quanto tempo sta cercando lavoro?

DISOCCUPATO SOMALO
Non da tanto, dipende quanto ti dai da fare nella tua ricerca.
C’è parecchio lavoro qui.

AUTRICE
Il disoccupato viene spinto a trovare il lavoro per cui è qualificato e, se non lo trova, lo riqualificano per trovarne uno diverso.

AUTRICE
Sta cercando un lavoro?

DISOCCUPATA DANESE
No, ho appena dato le dimissioni, sto cercando dei corsi di formazione per trovarmi un nuovo impiego.

AUTRICE
Prende il sussidio di disoccupazione?

DISOCCUPATA DANESE
Proprio da oggi, sì.

AUTRICE
Qual è la sua qualifica?

DISOCCUPATA DANESE
Ho fatto la cameriera, il catering, le pulizie.....ma è stressante, mi piacerebbe liberarmi di quei lavori e vorrei trovarne uno nuovo.
Magari guardia giurata.

AUTRICE
Si può venire qui al collocamento oppure si può fare tutto online da casa.
Anche i giovani danesi durante tutto il periodo degli studi possono contare su un sussidio.

INOCCUPATA GIOVANE DANESE
Ho finito di studiare ad agosto e sto cercando un lavoro.

AUTRICE
Che cosa ha studiato?

INOCCUPATA GIOVANE DANESE
Sono architetto paesaggista.

AUTRICE
Quindi in questo momento sta ricevendo un sussidio dal Governo?

INOCCUPATA GIOVANE DANESE
Sì.

AUTRICE
Quanto?

INOCCUPATA GIOVANE DANESE
Sono... circa... 6 mila corone al mese.

AUTRICE
Quindi uno studente può contare su un sussidio di circa 650 euro al mese. Dopodichè trova quasi subito lavoro.

BENT GREVE- Università Roskilde
Penso che in generale il tasso di disoccupazione per i giovani sia basso. è piuttosto facile per loro entrare nel mercato e trovare un lavoro.

AUTRICE
Si dà molta importanza allo studio?

BENT GREVE- Università Roskilde
Sì, diamo molta importanza all’educazione e quindi abbiamo un sistema di borse di studio molto generoso.

AUTRICE
E' alla ricerca di un lavoro?

DISOCCUPATO DANESE
Sì, come insegnante.

AUTRICE
Metti che salta fuori un posto di lavoro ma lei non lo accetta, che succede in quel caso?

DISOCCUPATO DANESE
Alla lunga probabilmente ci sarebbero delle ripercussioni, ossia mi toglierebbero il sussidio di disoccupazione. Ma c’è da dire che non rifiuterei, anzi sarei interessato ad accettare un posto di lavoro.

AUTRICE
Per conservare il sussidio di disoccupazione ci sono molte condizioni da rispettare, come ci spiega Poul Breyen che insegna all’università e che per un periodo è stato occupato solo part time, sicchè ha ricevuto un sussidio per integrare lo stipendio.

POUL BREYEN- Docente universitario
Uno che riceve un sussidio di disoccupazione non può lasciare il territorio danese. La Danimarca è grande come la Lombardia, si fa tempo a tornare a casa, però questo richiede, se io sto via 4 giorni da una zia a 300 km da Copenaghen, che qualcuno mi legga la posta, perché c’è l’obbligo di presentarsi entro 24 ore, il giorno dopo, quindi se la posta arriva oggi martedì, io mercoledì devo essere sul posto di lavoro che mi viene offerto.

AUTRICE
Inoltre il disoccupato deve dimostrare che si dà da fare per cercare lavoro, altrimenti passato il primo anno il collocamento ti viene a cercare.

POUL BREYEN- Docente universitario
Scaduti i primi 12 mesi ti possono offrire anche un lavoro fuori dal tuo campo. Io sono laureato in scienze politiche ma potrei benissimo essere offerto un lavoro come cameriere e avrei difficoltà a dire di no. Altrimenti si perde il sussidio.

AUTRICE
Comunque se si rispettano tutte le condizioni, 4 anni di sussidio di disoccupazione sono garantiti, se non che il governo danese sta ragionando su come riformare il sistema.

JORGEN SONDERGAARD- Commissione per la riforma del welfare
Sta diventando troppo dispendioso. Non c’è una base abbastanza numerosa per sostenere il sistema dei sussidi e delle pensioni, c’è bisogno di lavorare più a lungo.

METTE ROSE SKAKSEN- Confindustria Danese
Secondo noi industriali 4 anni di sussidio sono troppi, è meglio un periodo di due anni.

Il Ministro delle Finanze ha calcolato che per 135 mila Danesi c’è una differenza di meno di 150 euro al mese tra andare a lavorare piuttosto che rimanere disoccupati.

JESPER JESPERSEN- Commissione welfare alternativa
La ragione per cui uno rimane disoccupato è che non ci sono abbastanza posti di lavoro. Se tu gli riduci il sussidio, gli renderai solo ulteriormente peggiore la vita.

AUTRICE
La discussione è aperta, anche perché sono 900 mila le persone sostenute dai sussidi e un sistema del genere costa. Infatti qui l’Iva è al 25% e la maggior parte dei Danesi versa al fisco da un terzo alla metà del loro stipendio, alcuni anche di più.

AUTRICE
Qual è l’aliquota più alta?

CARSTEN V. JENSEN- Fisco Danese
Appena sotto al 65% per la fascia più alta.

AUTRICE
Quanta gente la paga?.

CARSTEN V. JENSEN- Fisco Danese
Circa un terzo della popolazione raggiunge quella aliquota.

AUTRICE
Pur con delle imposte così alte, l’evasione fiscale è al 4%. E i Danesi rispetto a noi risparmiano anche sul commercialista.

KELD BORUP- Fisco Danese
Il 70% dei contribuenti non deve fare niente, noi gli inviamo a casa il modello per la dichiarazione dei redditi pre compilato. Loro devono solo approvarlo.

AUTRICE
Il fisco sa tutto del contribuente, per cui si va in automatico, per esempio sapendo dove uno lavora e che macchina ha, il sistema calcola la distanza e quanto il contribuente spende per andare al lavoro e glielo detrae dal conto. Se poi si sbaglia, non c’è problema.

AUTRICE
Il rimborso è immediato?

KELD BORUP- Fisco Danese
Sì, I soldi sono sul conto corrente in tre o quattro giorni.

AUTRICE
Ed ecco come si presenta un ufficio delle imposte danese.
E' possibile importare in Italia questo modello?

AUTRICE
Quindi questa parte del modello danese, libertà di licenziare e sostegno al licenziato...

BRUNO AMOROSO -centro Federico Caffè Università Roskilde
Questa è una scelta di un patto sociale che qualunque paese può fare, anche l’Italia.
Bè, due cose: intanto bisogna avere imprenditori, insegnanti, medici, amministratori, che hanno la vocazione per il proprio lavoro. Per cui sembra che la vocazione non conta più. Uno fa il medico per guadagnare di più oppure una persona che gli piacciono i bambini e prende un posto da insegnante perché gli fa comodo. Un lavoro fisso come poliziotto perché non c’era altro lavoro. Bisogna riscoprire l’aspetto vocazionale. Ora noi abbiamo imprenditori a cui non piace fare gli imprenditori. Dovevano fare i banchieri. Il problema è riscoprire l’aspetto vocazionale. L’aspetto vocazionale fa sì che la difesa del proprio lavoro e della propria mobilità e dei propri diritti è più vera, è più sentita è più argomentata. Da noi il concetto dei diritti acquisiti è difendere quello che hai conquistato, ma non corrisponde altro che a privilegi spesso.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
è difficile comparare un paese nordico e piccolino con il nostro che è lungo 1000 km dove ogni regione ha cultura e abitudini diverse. Ma se vogliamo uscire da una situazione che non piace a nessuno bisognerà partire da qualcosa. Abbiamo lavoratori dipendenti iperprotetti e tanti disoccupati (l’8%) poco protetti perché c’è scarsa flessibilità. Non sempre servono più soldi per migliorare la competitività, a volte basterebbero regole e procedure diverse. E si potrebbe fare dalla sera alla mattina. Se la concorrenza si basa sul prezzo, i prezzi li fissano i professionisti , e le tariffe sono tutelate per legge, hai voglia a invocare la concorrenza.

MARIO MONTI-ex Commissario alla Concorrenza Ue
Pensiamo alle norme più o meno pubbliche che fissano le tariffe dei professionisti. Quello che L’Antitrust può fare e fa in questi casi è di stimolare i poteri pubblici a modificare queste norme, ma ci sono le corporazioni interessate che hanno un forte interesse a non modificarle. Di qui uno scontro squisitamente politico.

PIERO GUIDO ALPA – Presidente Consiglio Nazionale Forense
Avvocati dice, costoro nel pigliare i doni sono arpie, nel parlare per i clienti statue, agli inganni volpi, ai superbi attori, al consumare i clienti minotauri.

AUTRICE
6 euro dei 100 guadagnati dalle imprese vanno in tasca a commercialisti, notai, avvocati e altri professionisti che godono di tariffe minime prefissate.

AUTRICE
Queste tariffe minime che loro fissano?

ANTONIO CATRICALÀ- Presidente Antitrust
Sono fissate attraverso una procedura che è regolamentata da legge, ma non sono proporzionate all’effettiva prestazione, alla quantità e alla qualità del lavoro prestato e quanto meno è tutto da verificare. Noi chiediamo ai professionisti di fare uno sforzo, di rinunciare perché è una tutela eccessiva rispetto al risultato che vogliono perseguire.

AUTRICE
Voi le tariffe minime le volete mantenere?

PIETRO GUIDO ALPA- Presidente Consiglio Nazionale Forense
Noi vogliamo mantenere le tariffe minime, la ragione fondamentale non è quella che normalmente i giornali ci implicano e cioè per conservare un privilegio. Non ci sentiamo dei privilegiati Per noi le tariffe minime assicurano al cliente la qualità del servizio, se si potesse negoziare, il cliente potrebbe chiedere una qualità inferiore o l’avvocato potrebbe ridurre il suo guadagno offrendo una prestazione di qualità inferiore il che ancora una volta sarebbe deontologicamente scorretto.

AUTRICE
Ma se la prestazione fosse pagata a forfait, sarebbe un incentivo per l’avvocato a fare alla svelta perchè metti che prenda 200 euro, se la fa in un pomeriggio è meglio per lui che se la fa in tre mesi. In Germania è così, da noi invece le imprese non sanno mai quanto può durare una causa e quanto sborseranno alla fine per l’avvocato. Che non è mai poco.

ANTONIO CATRICALÀ- Presidente Antitrust
Lei consideri che molte di queste tariffe sono ingiuste. Uno va a fare un contratto condizionato di mutuo e paga un’altra tariffa, poi fa il contratto di mutuo e paga un’altra tariffa poi fa il contratto di compravendita dell’appartamento ed è un’altra tariffa tutte e tre le cose, ma il notaio che ci ha messo di suo?

AUTRICE
L’Autorità per la concorrenza vorrebbe che i notai abolissero la tariffa minima per far calare i prezzi, ma i notai non sono d’accordo.

AUTRICE
Quindi voi comunque le tariffe minime le mantenete?

FEDERICO TASSINARI- Consiglio Nazionale del Notariato
Noi pensiamo che siano un interesse dell’ utenza più che del notaio. Noi abbiamo un’esperienza, che è l’esperienza dell’ Olanda recente in cui si è provveduto a dare un colpo di spugna a tutte le tariffe ministeriali e a rimettere il compenso del notaio senza limiti all’accordo tra le parti. Che cosa succede che i clienti economicamente più forti sono riusciti a spuntare delle tariffe migliori rispetto le altre e i clienti e economicamente e socialmente più deboli c’hanno rimesso e hanno pagato una parte che con le tariffe ministeriali pagavano i clienti più forti.

FRANCESCO GIAVAZZI- Economista Università di Bocconi
è vero che se si liberalizzano le tariffe molti notai aumenterebbero i prezzi soprattutto ai consumatori più deboli, però se così fosse la loro rendita da notai aumenterebbe, i notai diventerebbero anche più ricchi di quanto sono. Se il mercato fosse aperto se si diventa ricchi ci sarebbe la coda, con un notaio ad ogni angolo di strada, le tariffe calano. Quindi il ragionamento dei notai cioè che la liberalizzazione delle tariffe farebbe lievitare i prezzi soprattutto per i consumatori più deboli tiene in mondo ristretto dove i notai sono pochi. Il mio segretario fa il notary public e tiene il timbrino e per 5 dollari ti timbra tutto. Qui il notaio prima devi prendere l’appuntamento e poi non ti prende 5 dollari.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Gli ordini professionali, di cui noi siamo specialisti, di fatto esercitano una difesa corporativa di interessi di parte e non di tutta la comunità. Interessi che potrebbero invece essere rappresentati da libere associazioni di categoria. Da noi invece per poter esercitare la professione di avvocato o notaio sei obbligato ad essere iscritto all’ordine con conseguente condizionamento delle tariffe, perché se stai sotto al minimo previsto per esempio, puoi essere accusato di concorrenza sleale.
Con buona pace per quella concorrenza sana che a parole tutti invocano.

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